I premi Nobel in cattedra

I premi Nobel in cattedra

NOBEL Non c’è giuria di concorso o competizione che sia esente da critiche e a questa regola non sfugge nemmeno l’annuale, e spesso sorprendente, attribuzione dei premi Nobel. Ne abbiamo avuto una prova anche quest’anno, in settori diversi: dal Nobel per la letteratura allo “sconosciuto” tanzaniano, Abdulrazak Gurnah, a quello attribuito ai “soliti” ricercatori di scienze economiche concentrati spesso nell’anglo-sfera; da quello della ricerca scientifica, una rarità per l’Italia, attribuito per la fisica al nostro Giorgio Parisi (anch’esso sconosciuto ai più) a quello per la pace che ha premiato due coraggiosi giornalisti, uno a Ovest e l’altra a Est del mondo, a disegnare una carta equilibrata del malessere della democrazia mondo.

Si tratta di talenti con differenti profili, operanti in aree diverse della cultura, con posizionamenti politici plurali, anche se sempre con riferimento ai valori delle democrazie, anche di quelle in cattiva salute.

È toccato al Nobel italiano per la fisica segnalarsi per indagini scientifiche sul tema della complessità, alla ricerca di un ordine, e ai Nobel statunitensi affrontare e abbattere non pochi luoghi comuni, veleni che secerne la vulgata economica.

In quest’ultimo caso si è trattato di sottoporre a prova empirica situazione problematiche cui si danno con leggerezza risposte scontate, come nel caso del rapporto del salario con l’occupazione e dell’impatto della pressione dei migranti sulla qualità della vita, in particolare di quella della popolazione autoctona.

Si è trattato soprattutto di una lezione di metodo: quello di indagini che, affrontando temi complessi, hanno cercato risposte che ne rendessero comprensibili l’interpretazione, senza esitare a indicare risposte anche contro-corrente.

È stato, tra gli altri, il caso degli economisti che hanno sfatato la credenza che aumento di salario significasse automaticamente aumento della disoccupazione, contrastando una lettura di comodo per quanti hanno dimenticato il valore del lavoro e dei lavoratori nello sviluppo dell’economia, vedendo come un incubo l’adozione di un salario minimo.

Risultati analoghi hanno interessato le dinamiche economiche indotte dai tanto esecrati flussi migratori, accusati di provocare un deterioramento delle nostre società del benessere, quando invece contribuiscono al loro consolidamento, se non addirittura al loro miglioramento, compreso in campo salariale dove i salari degli immigrati non incidono negativamente su quelli dei nativi, ai quali non “rubano” posti di lavoro.

Il tema dei migranti, oggetto di disinvolti luoghi comuni, è stato anche al centro della motivazione per l’assegnazione del Nobel per la letteratura, premiando uno scrittore che ha conosciuto la traiettoria dolorosa del profugo per poi inserirsi nella società del Paese di arrivo, dall’Africa all’Europa, a riprova che siamo una sola umanità e che convivere pacificamente tutti insieme si può.

C’erano una volta la Svezia e il Parlamento europeo
Franco Chittolina, sociologo, ha lavorato per 25 anni nelle istituzioni europee

Come si può, e si deve, resistere alle derive autoritarie in forte espansione nel mondo, dalla Russia alle Filippine, come nel caso di Dmitry Muratov, caporedattore di un coraggioso giornale d’inchiesta russo, poco gradito al Cremlino, e di Maria Ressa, cittadina filippina naturalizzata statunitense, che ha denunciato senza paura la violenza e la corruzione del dittatore filippino Rodrigo Duterte, che ha appena annunciato il suo ritiro dalla politica, ma per lasciare il posto alla figlia.

E bravo anche il nostro Giorgio Parisi che ha accompagnato l’attribuzione del Nobel per i suoi lavori di fisica con l’invito al governo italiano a colmare i ritardi degli investimenti per la ricerca e a impegnarsi per i giovani talenti mortificati in Italia e costretti a cercare all’estero il loro futuro.

Tutte lezioni impartite con tonalità diverse dai Premi Nobel e che faremo bene a non trascurare.

Franco Chittolina

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