Giacomo Soffiantino, quadri, incisioni, vita di un artista informale

Giacomo Soffiantino, quadri, incisioni, vita di un artista informale

ALBA A tre settimane dalla fine della mostra su Alberto Burri, la fondazione Ferrero accoglie la retrospettiva dedicata a Giacomo Soffiantino. A quasi dieci anni dalla morte, grazie a una scelta di cinquanta opere divise in sette sezioni (o capitoli) il percorso espositivo ripercorre l’evoluzione dell’arte del pittore e incisore torinese, dagli esordi negli anni Cinquanta, fino all’ultimo quadro iniziato nel 2013 e rimasto incompleto, Giacomo Leopardi.

“Soffiantino. Tra oggetto e indefinito” è il titolo dell’allestimento inaugurato il 7 aprile e visitabile fino al 30 giugno (tutti i giorni dalle 15 alle 18) a cura di Luca Beatrice, Michele Bramante e Adriano Olivieri, con l’apporto dell’albese Danilo Manassero. Per usare le parole di Bartolomeo Salomone, «il percorso dedicato a Giacomo Soffiantino oggi ci restituisce una retrospettiva completa da tutti i punti di vista». Il direttore della fondazione ha ricordato come il legame con l’artista risalga alla partecipazione alla collettiva “Le Langhe e i loro pittori” del ’98. La figlia di Soffiantino, Carlotta, custode dell’archivio e dell’atelier, ha ricordato: «Lui viveva per la pittura: lo avrebbe commosso vedere questo tributo, che rappresenta senza dubbio la più importante mostra dedicata a lui, insieme alle quattro partecipazioni alla Biennale di Venezia».

In Laguna Soffiantino approda giovanissimo, nel ’56. Allievo di Francesco Menzio, si muove nel fermento culturale di una Torino in cui la sperimentazione e la critica sull’arte sono le colonne portanti della cultura. Secondo Beatrice: «La galleria La Bussola, in via Po, era uno dei centri nevralgici della critica: Soffiantino parte da qui e diventa uno dei rappresentanti di quella generazione artistica capace di attuare un’evoluzione dello stile informale».

Fin da subito, si palesano le caratteristiche della sua opera: l’uso di colori tenui, tra i quali emergono il bianco e il nero, ma anche la presenza di un segno deciso. Per Bramante, altro curatore della mostra, «ci troviamo di fronte a un pittore la cui personalità emerge dalle tele».

La scelta di dividere l’esposizione in aree tematiche non è stata forzata, ma segue l’evoluzione del linguaggio artistico: ci sono le opere frutto del legame con Venezia, ma anche quelle che partono dalla natura, che da ineffabile diventa sempre più tangibile. C’è la passione per la luce, «che per lui era essenza stessa della pittura, guardando ad artisti come Monet, Rembrandt e Turner». L’approccio alla pittura evolve nel corso degli anni, per arrivare a una serie di opere che hanno come soggetti simboli evocativi dell’esistenza: conchiglie, teschi e animali impagliati. Le fasi successive sono all’insegna della sperimentazione, senza mai fermarsi su linguaggi già esplorati.

Adriano Olivieri, che ha curato il catalogo edito da Skira, ha avuto l’opportunità di incontrare Soffiantino: «Io ponevo domande e cercavo risposte puntuali sulla sua ricerca, lui rimase tutto il tempo sul vago. Solo molto tempo dopo ho capito perché: non amava la logica speculativa, i dettagli, le date. Anche per questo i suoi critici sono stati soprattutto scrittori e poeti. E ho compreso anche altri aspetti sull’essenza della sua opera, che è in costante tensione: da un lato può essere definita vegetativa, ma dall’altro lato tenta di afferrare la natura, la luce e ciò che esprime. La sua prima formazione era architettonica e questo aspetto emerge dai quadri».

Oltre a una scelta di incisioni, tecnica nella quale Soffiantino fu grande maestro, completa il percorso una sala che propone documenti, testimonianze, schizzi e disegni. Uno strumento per comprendere ancora meglio il mondo di Giacomo Soffiantino, uno di quegli artisti per cui «l’impegno non è di fare pittura, ma è impegno di essere pittura», nella definizione del critico Luigi Carluccio.

 Francesca Pinaffo

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