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La civiltà si mostra anche nel modo in cui trattiamo i nostri cari che sono defunti

Il grado di civiltà si mostra anche nel modo in cui trattiamo i nostri cari che sono defunti

LETTERA AL GIORNALE Gentile direttore, vorrei denunciare l’incuria, il degrado, il non rispetto delle persone e del “fine vita” della camera mortuaria presso l’ospedale di Bra.

Nostro zio è stato ricoverato all’hospice di Bra e dopo tre giorni è deceduto. Ci hanno consigliato di lasciarlo nella camera mortuaria adiacente e così abbiamo fatto.

Già il degrado e lo squallore della camera mortuaria era evidente (muri e soffitto scrostati per perdita di acqua), ma il problema maggiore era il non funzionamento del condizionatore per refrigerare l’ambiente, fatto di cui non eravamo a conoscenza, fino al mattino dopo, quando purtroppo abbiamo notato la fase enfisematosa e cioè il rigonfiamento della salma.

Le assicuro, direttore, che non è una visione piacevole, anzi sgradevole, da turbamento angoscioso. Abbiamo dovuto far chiudere la bara immediatamente. Se avessimo saputo, avremmo sicuramente fatto trasferire la salma alla camera mortuaria di Verduno o in un altro luogo. Non riusciamo a toglierci dalla mente e dagli occhi la scena.

Dalla sanità stiamo accettando tutto: le code per le prenotazioni, il lungo periodo per le visite e gli esami, questa di cui parlo è una piccola cosa, che sarebbe facilmente risolvibile nell’immenso ospedale di Verduno, tanto decantato dai nostri amministratori e politici.

Anche l’hospice di cui abbiamo apprezzato la serietà, la competenza e l’umanità del personale medico e infermieristico, perché non può essere collocato a Verduno? Dove di spazio ce n’è a sufficienza.

 Sandra, Magliano Alfieri

 

Gentile signora Sandra, grazie per la sua lettera, nella quale emerge tanta pietas umana nei confronti dei nostri cari defunti. È vero, come lei accenna di passaggio, che siamo abituati a decantare quanto si è riusciti a costruire nel tempo (una ventina d’anni?) in campo sanitario, anche con l’apporto volontario di tanti privati che non si sono risparmiati e hanno saputo superare gli ostacoli e gli intoppi della burocrazia pubblica. È giusto dimostrare orgoglio davanti a questo ben fare. Ci sono però piccoli dettagli che fanno la differenza e che diventano un po’ la cartina tornasole, la spia dei nostri valori e del nostro modo di intendere la vita intera e le relazioni umane. Già, perché non basta garantire la salute a tutti (e questo sarebbe davvero un bel traguardo se si riuscisse a raggiungerlo), ma occorre che alla dimensione della salute sappiamo collegare quella della malattia e dell’ineluttabile morte, che spiazza tutti e che, a nostro avviso, denota il grado di civiltà di un popolo e della sua cultura. Ecco perché l’esperienza del Covid-19 è stata per certi aspetti terribile, ma per altri anche una dimostrazione di civiltà, allorché personale medico e infermieristico si è lodevolmente distinto nell’accompagnare gli ultimi momenti di vita di tanti pazienti, sopperendo alla mancata presenza dei parenti, tenuti fuori dalle regole anticontagio. In quella, e in tante altre occasioni, l’umanità si è riscattata rispetto alle drammatiche cronache cui assistiamo quotidianamente e nelle quali purtroppo sembra venir meno la pietas per chi a noi è stato e sarà sempre caro. Ai responsabili sanitari, pertanto, il dovere di risolvere un problema organizzativo. A tutti il richiamo a non perdere la dimensione umana e il rispetto dei cari defunti, soprattutto se credenti nella risurrezione della carne e nella vita eterna.  

g.t.

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