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Abitare il piemontese / La parola della settimana è Brandé

Significa attizzatoio o alare del camino, ma anche persona affaccendata e instancabile. Può essere anche utilizzato per indicare un filosabaudo o il movimento culturale di salvaguardia piemontese

Abitare il piemontese: la parola della settimana è Possacafé 28

di Paolo Tibaldi 

ABITARE IL PIEMONTESE – Questa settimana vi presentiamo una delle parole piemontesi più complesse e controverse. Brandé è sia nome, sia verbo, una parola multiforme che va analizzata su più piani, a partire dall’etimologia. Brandé deriva dal protoindoeuropeo e passa alle lingue germaniche con i significati di bruciare, ardere, consumare con la fiamma, purificare col fuoco. Entra in Italia forse con i goti (VI  secolo), presenti in Piemonte in modo limitato. Più decisiva è la lunga presenza longobarda (VI-VIII secolo), proveniente dal Nord germanico: da branda nascono l’italiano antico brando (spada), brandire e il piemontese brandé ȓa spa e brandojé (muovere, sommuovere, brandire).

Con il tempo il significato si lega al fuoco domestico e alla legna: brandé vuol dire ardere, attizzare (fé brandé ‘ȓfeu o ȓa stiva). Come nome indica l’attizzatoio o alare del camino, ciò che tiene accesa la vampa: un fornimento in metallo, pietra o terracotta, dotato di una “testa”. Da qui testa ‘d brandé, persona cocciuta o smemorata e il detto s’ëȓ brandé o dà an sȓ’ola, ȓ’ola as romp (il più forte schiaccia il più debole). Per estensione brandé significa anche funzionare, essere efficienti: esse ‘n brando vuol dire essere attivi e instancabili. Il brando è infine un’antica danza circolare festosa, dagli ampi movimenti, coerenti con l’etimo.

In piemontese branda indica anche la grappa. Il termine risale all’olandese brandewijn e al tedesco branntwein (vino bruciato, acquavite), origine anche del brandy inglese. Diffuso dai mercanti olandesi nel XVII secolo, il nome rimanda al processo di distillazione, che implica l’uso del fuoco o comunque di forte calore. A Brandé si attribuisce anche il significato di filosabaudo, dal nome di Brande de’ Lucioni, detto Brandaluccioni, ufficiale di probabili origini milanesi che, nel 1799, guidò la rivolta antigiacobina e antifrancese della “massa cristiana”, arrivando a cacciare i francesi dagli Stati sardi. Poiché il movimento riuniva contadini e bande irregolari, la propaganda filofrancese definì brandé gli oppositori armati e, da qui, branda assunse anche il senso di spargere novelle e frottole. Il termine è attestato in italiano come ultraconservatore, reazionario populista nei Miei ricordi di Massimo d’Azeglio, un’autobiografia, pubblicazione postuma nel 1867.

Infine Brandé, nell’accezione di alare che ravviva la fiamma, dà nome al gruppo di scrittori e intellettuali piemontesi guidati da Pinin Pacòt che nel 1927 fondarono la Companìa dij Brandé e il periodico Ij Brandé (pubblicato tra il 1946 e il 1957), poi Armanach ëd poesìa piemontèisa. Un movimento volto alla tutela, alla produzione e alla diffusione della cultura piemontese, nonché alla definizione di una grafia e di una grammatica capaci di restituire dignità alla lingua.

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