di Paolo Tibaldi
ABITARE IL PIEMONTESE – In piemontese esiste una parola che appartiene a una zona umana molto fragile: pecondȓia (pronuncia: pecùndria). Alcuni stati d’animo arrivano senza annunciarsi: si siedono accanto a noi nelle giornate storte, nei silenzi troppo lunghi, nei ricordi che riaffiorano senza permesso. Non hanno sempre una causa precisa e, proprio per questo, risultano difficili da spiegare. Tradurre pecondȓia con tristezza sarebbe troppo poco, malinconia troppo elegante, noia troppo superficiale. È una miscela agrodolce di nostalgia e svuotamento interiore: un desiderio quieto di ritirarsi dal mondo, accompagnato da un peso silenzioso, quasi fisico; si appoggia all’altezza del petto e da lì sembra irradiarsi in tutto il corpo. Un magone con radici molto più profonde che può ricordare stati depressivi o di esaurimento emotivo.
Forse non sorprende, allora, che anche la storia della parola racconti qualcosa di questo peso interiore. Il termine deriva dal greco ypochondrios (regione sotto le cartilagini del torace, sotto il costato). I greci collocavano lì un malessere che dal corpo si estendeva all’anima. Ecco perché sarebbe un errore confondere la pecondȓia con la semplice ipocondria: qui non c’è soltanto la paura della malattia, ma il peso del vivere. Non è neanche un capriccio, come molti sono soliti alludere. Si tratta, invece, di una sorta di saudade piemontese, intima e trattenuta.
Nel parlato popolare, questa condizione trova espressioni folgoranti: Chial-lì om fa mnì ȓa pecondȓia! (quel tale lì mi fa venire addosso una tristezza inspiegabile). In certe espressioni si arriva persino a dire o r’è mòrt ‘d pecondȓia: non è ipocondria, altrimenti non sarebbe morto! È piuttosto il riconoscimento di un dolore invisibile che può consumare profondamente. Non a caso si dice anche: ȓa pecondȓia a ȓ’è ȓa pì gȓàma maȓatìa, la più cattiva delle malattie. Da non confondere con la pecòla, quell’insofferenza irritata che fa venire il latte ai gomiti: la pecondȓia semmai svuota. Il piemontese, ancora una volta, prende qualcosa d’inafferrabile e gli dà un nome, una parola che arriva dritta al cuore.
