Il ricordo / Quella luce nella nebbia continuerà a parlare di Gianni Del Bue

di Pierangelo Vacchetto

ARTE – Ci sono quadri che arredano una casa. Altri che diventano parte della nostra vita. Ogni volta che entro nel soggiorno il mio sguardo, quasi senza accorgermene, sale poco sopra il televisore. Lì c’è un sole che cerca di farsi strada attraverso le brume di un paesaggio innevato. Più in basso un’auto amaranto, immobile, come sospesa nel tempo. È un dipinto di Gianni Del Bue.

Fino a giovedì era il ricordo di un amico artista. Da oggi è diventato qualcosa di più: un dialogo silenzioso con una persona che non c’è più. Con la scomparsa di Gianni Del Bue, avvenuta giovedì, il panorama artistico italiano perde uno dei più originali interpreti del paesaggio contemporaneo. Non amava gli effetti speciali, non rincorreva le mode né le provocazioni. Ha sempre seguito una strada personale, costruita in oltre cinquant’anni di ricerca, che gli è valsa l’attenzione di importanti critici d’arte come Giovanni Dragone, Enrico Crispolti, Giorgio Di Genova, Carlo Sisi, Marco Rosci e Marzio Dall’Acqua. Anche scrittori del calibro di Sebastiano Vassalli, Francesco Biamonti ed Ermanno Cavazzoni hanno trovato nelle sue opere motivi di riflessione e ispirazione.

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Aveva 83 anni e viveva a Naviante di Farigliano

Nato a Reggio Emilia nel 1942, aveva respirato la pittura fin da bambino nello studio del padre Artemisio, maestro del trompe-l’œil. Dopo gli anni torinesi, segnati da una ricerca vicina all’astrazione e alle esperienze dell’arte contemporanea degli anni Sessanta e Settanta, nel 1988 scelse Farigliano. Fu una decisione che cambiò anche la sua pittura. Le Langhe entrarono nelle sue tele non come semplice paesaggio, ma come luogo dell’anima. Le colline immerse nella foschia, i filari, le cascine, gli alberi solitari, le piazze deserte, le strade di campagna diventarono scenari di un tempo sospeso. La sua non era una pittura realista nel senso tradizionale del termine.

Era un realismo poetico, capace di trasformare la memoria in atmosfera. La nebbia non serviva a nascondere, ma a far immaginare. La luce non esplodeva mai, emergeva lentamente, quasi in punta di piedi. Poi c’erano loro, le automobili. Le Topolino, le Balilla, le Fiat degli anni Trenta, fino alle Ferrari. Non erano nature morte dedicate ai motori. Erano personaggi. Custodi di ricordi, simboli di un’Italia che cambiava, immerse in paesaggi silenziosi dove sembravano attendere qualcuno che non sarebbe mai arrivato. Ed è forse proprio questa capacità di raccontare un territorio attraverso immagini capaci di evocare emozioni che ha fatto sì che alcune sue opere uscissero dai musei, dalle gallerie e dalle collezioni private per entrare anche nella vita quotidiana.

Alcuni suoi dipinti sono infatti diventati etichette di prestigiosi vini delle Langhe, trasformando una bottiglia in un piccolo racconto d’arte. Quelle immagini hanno accompagnato nel mondo grandi vini del territorio, portando con sé la stessa atmosfera delle sue opere: la nebbia dei vigneti, la luce sulle colline, il fascino di una terra antica e il legame profondo tra cultura, paesaggio e memoria. Anche la celebre mostra dedicata alla Ferrari, allestita a Mantova, nasceva da questa poetica: l’automobile come frammento di memoria collettiva. Non un oggetto da celebrare, ma un elemento capace di raccontare un’epoca, un modo di vivere, un viaggio attraverso il tempo.

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Il ricordo della sua mostra a Brarolo

La prima volta che incontrai Gianni era il 1989. Arrivò con quello che sarebbe rimasto il suo marchio inconfondibile: un cappello calato sul capo e una cartella piena di disegni, parlò del desiderio di esporre nel castello di Barolo. Quel desiderio diventò realtà nella primavera dell’anno successivo. La mostra fu accompagnata da un catalogo curato da Giovanni Dragone, che aveva già intuito il valore della sua ricerca. Fu una delle prime importanti esposizioni di Del Bue nelle Langhe e contribuì a far conoscere il suo lavoro a un pubblico sempre più vasto.

Negli anni la sua carriera si consolidò con mostre in tutta Italia, da Firenze a Mantova, da Reggio Emilia a Urbino, fino a numerose sedi prestigiose che ospitarono una pittura sempre riconoscibile, lontana dalle tendenze del momento e fedele soltanto alla propria identità. Quando organizzò a Mantova la mostra dedicata alla Ferrari, volle inserirmi nel catalogo tra le persone che si erano interessate alla sua arte. Era felice, ma parlava poco del successo e molto delle persone.

Dietro l’artista conosciuto a livello nazionale rimaneva l’uomo semplice, capace di emozionarsi ancora davanti a un paesaggio delle Langhe. Nel 2003 tornò a Barolo con una nuova esposizione. Era come se quel paese fosse rimasto una tappa importante del suo percorso artistico e umano.

L’altra sera, parlando con Filippo Bessone, riflettevamo su quanto questo sia stato un anno crudele. Prima Carlin, poi Fulvio e ora Gianni. Tre amici che se ne sono andati nello stesso anno, lasciando ciascuno un vuoto diverso. Qualcuno dirà che di Gianni Del Bue restano le mostre, i cataloghi, le opere conservate nelle collezioni pubbliche e private, ma chi lo ha conosciuto sa che resta soprattutto il suo modo di guardare il mondo. Ci ha insegnato che la bellezza può abitare una strada di campagna, un filare avvolto dalla foschia, una vecchia Topolino ferma ai margini di un prato. Che la pittura non deve necessariamente stupire ma può semplicemente emozionare. Da oggi quella luce nella nebbia che ogni mattina incontro entrando in soggiorno non sarà soltanto un dipinto, sarà la presenza discreta di un amico. E forse è questo il destino più bello che possa avere un artista, quello di continuare a vivere negli occhi di chi, davanti a un suo lavoro, ritrova ogni volta un pezzo della propria storia.

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