Addio a monsignor Gian Franco Troya, ultimo Cappellano Reale di Casa Savoia

A 86 anni scompare il sacerdote originario di Sinio che per oltre cinquant’anni ha guidato il Santuario Reale di Racconigi, unendo fede, cultura, storia e una straordinaria vicinanza alla gente

Il reale santuario di Racconigi in festa per san Giuda Taddeo 1
Il rettore del santuario, monsignor Gianfranco Troya

di Lino Ferrero

LUTTO – La scomparsa di monsignor Gian Franco Troya lascia un senso profondo di vuoto in tutti coloro che hanno avuto la fortuna d’incrociare il suo cammino, a Racconigi, in Piemonte e ben oltre. Con la sua morte, all’età di 86 anni, non si spegne soltanto una figura storica del clero piemontese, ma un sacerdote che ha saputo incarnare in modo unico la sintesi tra una cultura raffinata, una spiccata nobiltà d’animo e una vicinanza disarmante verso il prossimo.

​Orgogliosamente langhetto, era nato a Sinio, portando sempre nel cuore le radici e l’autenticità di quella terra. Ordinato sacerdote nel 1968, la sua vita si è legata in modo indissolubile al Real Santuario della Madonna delle Grazie di Racconigi, di cui prese le redini nel lontano 1973 e che ha guidato con incrollabile dedizione per più di cinquant’anni. Nominato direttamente da Re Umberto II, don Gian Franco è stato l’ultimo vero Cappellano Reale di Casa Savoia, un ruolo che ha sempre custodito con orgoglio e senso della storia, senza mai trasformarlo in nostalgia sterile, ma facendosi promotore della memoria e della tradizione spirituale del territorio.

​Custodiva un sogno grande e profondo, legato a una promessa ideale e al suo sincero affetto dinastico e umano: vedere traslate le spoglie dell’ultimo Re d’Italia, Umberto II, l’amato “Re di Maggio”, dall’Abbazia di Hautecombe in Savoia al Santuario Reale di Racconigi. Umberto II era nato proprio nel Castello di Racconigi e a questi luoghi era rimasto visceralmente legato per tutta la vita, manifestando il desiderio di trovarvi un giorno eterno riposo. Con le recenti disposizioni relative agli eredi della casata, questo sogno appariva ormai a un passo dal realizzarsi. Don Gian Franco non ha fatto in tempo a vederlo compiuto sulla terra, ma siamo certi che dal Paradiso, ricongiunto ai suoi amati Savoia nei cieli, continuerà a vegliare affinché quel desiderio possa finalmente avverarsi.

​A questo legame con la storia si affiancava una devozione ardente, in particolare quella per San Giuda Taddeo, l’apostolo dei casi disperati. Per Don Gian Franco ogni fine ottobre era un’occasione straordinaria per spalancare le porte del Santuario, mobilitando fedeli da ogni dove con novene solenni, il bacio della reliquia e persino spazi acquistati sui quotidiani per diffondere un messaggio di speranza a chi stesse attraversando momenti di oscurità. Autore anche di qualche pubblicazione sulla figura di San Giuda Taddeo in particolare il libro che testimonia la guarigione di una persona di casa Agnelli grazie ad intercessione di San Giuda. Come penitentiere ed esorcista, offriva nel confessionale quell’ascolto misericordioso che solo chi possiede una profonda conoscenza dell’animo umano sa donare.

​La vera grandezza di don Gian Franco risiedeva tuttavia nel suo straordinario paradosso umano: era un uomo di altissimo profilo, colto, insignito di ruoli prestigiosi, ma capace di stare in mezzo alla gente con una semplicità travolgente. Sapeva passare con disinvoltura dal colloquio con figure di primo piano della politica e dello spettacolo — da Silvio Berlusconi alle serate in casa di Mike Bongiorno con la moglie Daniela, fino all’amicizia con Piero Chiambretti — all’accoglienza del semplice fedele capitato al Santuario per una preghiera. Gli aneddoti che amava raccontare non erano mai ostentazione, ma la naturale testimonianza della sua capacità di farsi amico di tutti.

​Con la sua talare sfilacciata dal lavoro quotidiano, la battuta sempre pronta e quel modo arguto di usare persino una barzelletta o un sorriso per spiegare la Parola di Dio e invitare al pentimento, don Gian Franco sapeva entrare direttamente nel cuore delle persone. Lascia il ricordo di un pastore dotto e umile, un amico sincero e un custode della fede che ha fatto del servizio e dell’umanità la sua vera eredità.

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