di Roberto Aria
ALBA – Connessioni – la declinazione scientifica di Profondo umano, il festival organizzato da Intonando – inizierà venerdì 6 marzo, alle ore 21 nella sala convegni di Banca d’Alba, in via Cavour 4 (l’ingresso sarà libero).
Il primo incontro della serie, dedicata al tema Specchi digitali, avrà come titolo “Macchine che imparano: il senso di un’intelligenza artificiale”: ne discuteranno Luca Mari, professore di scienza della misurazione all’università Liuc di Castellanza, e Alessandro Giordani, docente di logica, epistemologia e filosofia della scienza alla Cattolica di Milano. Li abbiamo intervistati.
Nel vostro libro dal titolo L’intelligenza artificiale di Platone (Il Sole24ore), scrivete: “La diffusione dei chatbot ci sta prospettando una rivoluzione culturale paragonabile a quella generata dall’avvento della scrittura”. Come possiamo prepararci a questa rivoluzione?
«Supponendo corretta l’ipotesi che sosteniamo, ovvero che stiamo vivendo una rivoluzione culturale ben prima che industriale, dovremmo riconoscerne la novità radicale, che ci sollecita a riflettere su questioni fondamentali: come sta cambiando il nostro modo di conoscere e imparare? Quali sono le caratteristiche irrinunciabili per la dignità all’esperienza umana? Dobbiamo avere il coraggio di porci questo genere di domande, di ripensare nuovamente le risposte date finora e di informarci e sviluppare spirito critico oltre agli stereotipi. Stiamo entrando in un territorio in gran parte inesplorato, e che siamo ancora in tempo a organizzare affinché i “nativi Ia” lo possano abitare in modo positivo».
Dobbiamo reagire con paura o con meraviglia?
«La novità prospettata da una società coabitata da esseri umani e macchine che imparano, e con le quali comunichiamo nella nostra lingua, dovrebbe suscitare interrogativi circa le dimensioni profonde della nostra antropologia: occorre riconoscere che la situazione inaspettata genera in noi timore, perché non siamo ancora pronti per governare questo cambiamento, con i suoi enormi rischi e le sue enormi potenzialità. Anche meraviglia, però, per la possibilità che abbiamo di comprendere meglio noi stessi in rapporto a queste macchine sorprendenti».
Qual è la vostra idea sul rapporto uomo-macchina?
«Storicamente, a buon diritto ci siamo identificati come “i viventi dotati di parola” secondo la definizione di Aristotele (che per parola aveva usato il termine logos). Ora non siamo più cognitivamente isolati: occorrono nuove parole e nuovi modelli per comprendere ciò che sta accadendo. Quindi, rischiamo di semplificare negando qualsiasi statuto epistemico alle macchine o, al contrario, attribuendo loro un pensiero simile a quello umano. È vero che le stiamo costruendo e addestrando perché ci somiglino, ma è evidente che esse sono strutturalmente diverse da noi. Invece di domandarci se le macchine pensano o sono capaci di creatività, dovremmo chiederci: che tipo di pensiero hanno o potranno avere? E come avere con queste macchine delle interazioni che siano di beneficio per tutti gli esseri umani?».
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