di Lidia e Battista Galvagno
PENSIERO PER DOMENICA – QUARTA DI QUARESIMA – 15 MARZO
Di fronte al Vangelo del cieco nato (Gv 9,1-41), potremmo fermarci alla domanda dei discepoli: «Chi ha peccato: lui o i suoi genitori?». È la domanda, spontanea e drammatica, di fronte a disabilità gravi, specie di bambini. La malattia è un mondo buio, impenetrabile anche alla luce di Dio. Gesù fa il miracolo, ma lascia la domanda senza risposta! Lasciamo allora questo problema, per scendere nella quotidianità. Le tre letture della quarta domenica hanno un tema evidente: la luce e la vista. Sono doni di Dio indispensabili per camminare nella vita.
«L’uomo vede l’apparenza; il Signore vede il cuore» (1Sam 16,7). È l’intuizione del profeta Samuele, al momento di scegliere il futuro re di Israele. La sfida ad andare oltre l’apparenza si ripropone ogni giorno e ci offre un chiaro metro di giudizio per valutare le persone. Oggi la sfida è molto più seria che non al tempo di Davide: allora si trattava di valutare persone in carne e ossa; oggi siamo chiamati a scegliere tra immagini, addirittura costruite o modificate dall’Ia. Ma anche nel caso di persone reali, c’è da chiedersi cosa veda Dio nel cuore di quelli che scatenano guerre, che ordinano o compiono massacri… Forse un Creatore-Padre può scorgere semi di bene e trovare risorse di perdono! Noi possiamo solo invocare questa luce.
Gesù può ridonare la vista a chi non vede: con gli occhi o con il cuore. L’ha regalata al cieco nato, come raccontato in una pagina letterariamente così bella da sembrare frutto della penna di un grande scrittore. Anche un miracolo eclatante come la guarigione di un cieco nato, per di più noto in tutta Gerusalemme, non è però sufficiente a generare la fede. Rimangono increduli non solo gli avversari di Gesù, ma addirittura i genitori del cieco! Questa pagina, nei primi secoli, veniva proposta come itinerario battesimale, per indicare che il cammino verso la fede è un percorso a tappe. Non è sufficiente il dono di Dio: dobbiamo imparare a riconoscerlo, ad apprezzarlo, a farne tesoro nella vita. Perché, come conclude Gesù, c’è una cecità spirituale più difficile da curare di quella fisica.
Anche se non vediamo tutto chiaro, cominciamo a comportarci da figli della luce. È l’invito molto realistico che leggiamo nella lettera agli Efesini (5-8-14). Forse riflette un insegnamento ripetuto di Paolo, a comunità che muovevano i primi passi della fede, che certo non avevano un patrimonio dottrinale consolidato e regole di vita sperimentate. I primi passi da figli della luce sono: bontà, giustizia e verità. Davvero un bell’inizio!
