di Davide Barile
CUNEO – Giunto agli ottant’anni, dopo un trentennio da coordinatore della Protezione civile della provincia di Cuneo, il fossanese Roberto Gagna ha lasciato l’incarico ed è stato sostituito da Salvatore Terranova, maresciallo capo della Guardia di finanza in congedo.
Gagna, che manterrà la carica di presidente onorario, parla di come tutto nacque: «Ero impiegato in banca, un lavoro molto ripetitivo, e mai avrei pensato che la seconda parte della mia vita sarebbe stata così. Dopo l’alluvione del 1994, io e altri due amici decidemmo di andare, come volontari, a Clavesana a spalare il fango portato dalle acque del Tanaro. All’epoca la Protezione civile della Granda non esisteva, assistemmo al disastro e pensammo che sarebbe stato necessario costituire un gruppo specifico e incentrato sui bisogni delle nostre terre. La provincia di Cuneo si era dimostrata impreparata e fragile, serviva una rete di prevenzione diffusa e in grado di agire sotto un Coordinamento provinciale. Quello cuneese, nato nel 1998, è stato il primo in Italia».
Gagna prosegue: «Da allora la Protezione civile è diventata una realtà familiare, quasi tutti i Comuni della Granda hanno un gruppo e oggi ci sono 2.700 volontari. Dopo il 1994, almeno in due occasioni il Tanaro ha raggiunto e superato i livelli dell’alluvione, l’ultima delle quali nel 2016: ci sono stati dei danni, ma nessuno è più morto. Nel 1994, la maggior parte delle vittime si verificarono sulle strade: per diramare l’allerta si usavano, al massimo, le auto con i megafoni. Poi si è passati dai totem informativi fino ai messaggi che arrivano direttamente sul telefono. La tecnologia si è evoluta, eravamo all’età della pala e oggi siamo in quella del drone. Questi ultimi strumenti sono utili soprattutto in contesti pericolosi: se un tempo gli operatori dovevano effettuare i sopralluoghi di persona, oggi il compito è demandato agli apparecchi». Nei primi anni del Coordinamento, «operavano dei volontari puri, mentre oggi tutti gli addetti della Protezione civile seguono dei corsi».
C’è stato pure un cambio di mentalità a livello pubblico: «I Comuni hanno appreso la lezione e non hanno più autorizzato l’edificazione in zone a rischio. Dove le case esistevano già, sono stati predisposti dei piani di evacuazione: un esempio è il campo nomadi di Alba». Nella Granda, «il rischio principale riguarda l’idrogeologia, abbiamo tanti rilievi e ogni corso d’acqua scarica in piccole vallate. Oltre ai grandi fiumi, ci sono tanti rii e torrenti che vanno monitorati e mantenuti puliti: i nostri volontari si impegnano anche nella rimozione di vegetazione e materiali che potrebbero ostruirli in caso di piena. Dopo le forti piogge, sovente si verificano frane: ciò è dovuto in parte alle strade moderne, un tempo erano costruite sul crinale mentre oggi sono a mezza costa. Tagliando il fianco di una collina, il rischio che la terra si distacchi aumenta».
Terreni e boschi «una volta erano curati, mentre oggi gran parte sono abbandonati. L’acqua non si ferma più e scivola a valle. E in caso di incendio, è più difficile riuscire a domare le fiamme». Forte della sua esperienza a Cuneo, Gagna ha lavorato nella Protezione civile nazionale ai tempi di Guido Bertolaso: «Tra le esperienze più significative ricordo i grandi incendi che colpirono la Puglia nella zona del Gargano. Ci furono morti e la gente si rifugiava in mare. Era estate e feci ciò che, fino ad allora, nessuno aveva mai pensato: siccome la maggior parte degli incendi nelle nostre zone si verificano in inverno, mandai i nostri volontari e le squadre dell’Aib piemontesi a operare in Puglia, dove in quel momento c’era molta necessità. Fu una scelta semplice, ma pionieristica».
