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Corso Enotria / Palazzo storico troppo alto per essere venduto

Don Alberione lo usò  per gli orfani di guerra, si cerca una scappatoia per non “accorciarlo”

Corso Enotria / Palazzo storico troppo alto per essere venduto

di Davide Barile

ALBAPer ristrutturare un edificio storico ed evitare che ne sia abbattuta la sommità, i proprietari devono riuscire a dimostrare che la struttura è stata modificata per l’ultima volta prima degli anni Sessanta.

Il palazzo in oggetto, che al piano terra ospita un bar, si trova in corso Enotria, all’angolo con strada Santa Rosalia. A interessarsi alla vicenda è stato Lorenzo Boretto, che spiega: «Mio cognato lo aveva venduto alcuni anni fa. Ora chi è subentrato vorrebbe cederlo a sua volta, però non può farlo perché manca l’attestato di conformità edilizia: il palazzo, largo quaranta metri, è alto 8.5 e il Comune afferma che il limite massimo è 7.5. Per poterlo ristrutturare o vendere, gli è stato chiesto di abbatterne un metro. C’è però un problema: si tratta di un palazzo storico di fine Ottocento, la cui conformazione non è mai stata modificata. E inoltre, sotto il tetto c’è soltanto un solaio, inutilizzabile per fini abitativi. L’unico cambiamento ha riguardato i balconi: quelli antichi, costituiti da pilastri, sono stati sostituiti nel corso degli anni dalle moderne ringhiere».

Boretto aggiunge: «Per non dover snaturare l’edificio, l’unica soluzione sarebbe trovare documenti o fotografie precedenti al 1964, anno in cui mio suocero ne acquisì la proprietà, per certificare che l’altezza fosse già la medesima, visto che negli atti in possesso di mio cognato il dato non compare».

In generale, l’anno che fa da spartiacque tra regolamentazione edilizia moderna e antica è la cosiddetta legge Ponte, promulgata nel 1967, salvo specifiche disposizioni emanate dai Comuni già in precedenza, come potrebbe essere il caso di Alba.

Prosegue Boretto: «In origine, in corso Enotria c’era un numero esiguo di abitazioni. A parte l’Enologica, era presente casa Piccoli, che oggi ospita la sede di tre borghi, e il palazzo in questione. Da quanto ne sapevo, don Giacomo Alberione l’aveva a suo tempo affittato».

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Don Giacomo Alberione

Boretto si è cimentato in una serie di ricerche: «Grazie al direttore di Gazzetta don Giusto Truglia ho potuto consultare altri documenti d’archivio: pare proprio che si trattasse di villa Moncaretto, non il villone principale ancora oggi conosciuto così, ma forse una dipendenza. Dal 1915 al 1923, don Alberione, con il giuseppino don Giuseppe Rosa, aveva stabilito nell’edificio la sede della colonia agricola San Giuseppe per gli orfani di guerra. In seguito, si divisero e Alberione portò i suoi ragazzi in via Mazzini, mentre la tipografia fu spostata da viale Cherasca a via XX settembre».

L’unica fotografia in possesso della famiglia «è a colori e ritrae il cugino di mia moglie con una pistola ad acqua e, sullo sfondo, il palazzo. È visibile un’insegna sgualcita, che penso si riferisse ancora alla colonia agricola. Purtroppo, però, è del 1965 e, per proseguire con la pratica, deve essere dimostrato che il palazzo fosse così già un anno prima». La ricerca continua, e chi avesse materiale utile può contattare la redazione.

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La fotografia risale al 1965. Il palazzo è sullo sfondo
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