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Comunità, democrazia e disaffezione: l’incontro con Walter Veltroni alla Fondazione Mirafiori

Comunità, democrazia e disaffezione: l’incontro con Walter Veltroni alla Fondazione Mirafiori

testo e foto di Pierangelo Vacchetto

FONTANAFREDDA – Una riflessione ampia, che ha attraversato storia, politica e cultura civile, quella proposta da Walter Veltroni nell’incontro di venerdì 20 marzo alla fondazione Mirafiori. Un intervento articolato, partito dal significato profondo della comunità, passato attraverso il ruolo della politica e del Partito democratico, fino ad arrivare ai nodi dell’attualità internazionale e italiana, con una chiusura più leggera ma significativa sul suo ultimo romanzo.

Veltroni ha scelto di iniziare con un ricordo personale, quello dell’incontro con Muhammad Ali, figura simbolo di libertà e coerenza. Un racconto vivido, che diventa subito metafora: «si diceva che pungeva come un’ape e danzava come una farfalla», ma soprattutto un uomo capace di incarnare un’idea di libertà individuale e collettiva.

Emblematica la poesia di due parole che Ali, affetto da parkinson e non in grado di parlare, recitò in un’università «Me, We», (io, noi). Da qui prende forma uno dei passaggi centrali dell’intervento: il rapporto tra individuo e comunità. Veltroni mette in guardia contro le degenerazioni storiche del “noi”: «tutti i regimi che abbiamo conosciuto nel Novecento usavano il noi come una camicia di forza», trasformandolo in uno strumento di oppressione.

Le dittature, sottolinea, «sottraggono agli esseri umani la loro identità». Il discorso si allarga quindi alla memoria storica, con un richiamo forte agli errori del passato. Il riferimento al 10 giugno 1940 è netto «una follia», accompagnata da un entusiasmo collettivo che avrebbe portato tragedie indicibili. È un invito a non dimenticare, perché «la democrazia è un’eccezione della storia umana, non è la regola».

Proprio la democrazia viene indicata come la forma politica della comunità: fragile, preziosa, da esercitare concretamente. «Noi stasera abbiamo fatto l’esercizio della democrazia», afferma Veltroni, ricordando come anche un incontro pubblico sia un atto politico nel senso più alto. Ma il cuore più attuale dell’intervento riguarda la trasformazione della società contemporanea.

Veltroni parla di una spinta crescente verso l’isolamento «quello che ci viene suggerito è di starsene per conto nostro, stare da soli». Un processo pericoloso, perché, citando Michel Foucault «la solitudine è il principale strumento del quale ha bisogno l’autoritarismo». In questo contesto si inserisce anche la critica ai nuovi modelli di comunicazione e potere. Il rischio è quello di una società verticale, dominata da leader e “seguaci”: «i followers hanno sostituito i cittadini», osserva, sottolineando come la traduzione italiana “seguaci” renda ancora più evidente la perdita di autonomia.

Non manca un passaggio sulla politica concreta e sul rapporto con i ceti popolari, terreno su cui Veltroni richiama anche il ruolo del centrosinistra e del Partito democratico. Il tema della sicurezza viene affrontato senza ambiguità: «non c’è nulla di male per una cultura di sinistra di garantire l’equilibrio» tra inclusione sociale e fermezza. E ancora: «io sto dalla parte delle ragazze che tornano a casa e devo difendere il loro diritto a tornare tranquille». Il filo conduttore resta quello della disaffezione alla partecipazione politica. La perdita di fiducia, l’indebolimento dei corpi intermedi, la paura come strumento di controllo tutti elementi che rischiano di svuotare la democrazia dall’interno.

Nel finale, Veltroni cambia registro e presenta il suo ultimo libro, Buonvino e l’omicidio dei ragazzi, nuovo capitolo della serie dedicata al commissario Buonvino. Un giallo che affronta temi profondi: «penetra nell’universo del disagio giovanile», con una struttura narrativa che richiama i classici di Agatha Christie, dove «il commissario raduna tutti i sospettati e con le parole disvela il caso».

La chiusura è affidata a una nota ironica e personale, che strappa un sorriso al pubblico «devo fare una confessione… io sono astemio». Un momento leggero, dopo un discorso intenso, che restituisce anche il lato umano dell’oratore. L’incontro si conclude così, lasciando una traccia chiara: senza comunità, senza partecipazione, senza memoria, la democrazia resta un equilibrio fragile. E mantenerla viva è una responsabilità collettiva.

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