Il primario Marco Vergano: «L’etica è il cuore del lavoro clinico»

La donazione di organi sarà un tema centrale

Il primario Marco Vergano: «L’etica è il cuore del lavoro clinico»

di Beppe Malò

L’INTERVISTAIl dottor Marco Vergano è il nuovo direttore della struttura complessa di anestesia e rianimazione dell’ospedale di Verduno. Si è laureato e specializzato all’Università di Torino, è stato dirigente medico al San Giovanni Bosco e ha ricoperto il ruolo di coordinatore del procurement (approvvigionamento) di organi e tessuti per l’Asl del capoluogo piemontese.

Ha sviluppato una solida competenza nel campo dell’etica clinica, coordinando la sezione di bioetica della Società italiana di anestesia e rianimazione. Nel suo ambito d’azione, il tema della donazione di organi e tessuti è centrale e quanto mai attuale: in Italia ci sono 8.500 persone in attesa di trapianto, per il quale si aspetta mediamente 3 anni.

Purtroppo, negli ultimi due anni è sceso il numero di chi, al rinnovo della carta d’identità, sceglie la possibilità di diventare donatore o dà il consenso nelle disposizioni anticipate di trattamento (Dat): una tendenza da invertire. In questo scenario, si inserisce il primo prelievo multiorgano a cuore fermo che recentemente è stato eseguito a Verduno e ha consentito la donazione di fegato, reni e cornee.

Dottor Vergano, ci racconta qualcosa di lei?

«Sono una persona curiosa e pragmatica, amo il mio lavoro, ma fuori dall’ospedale mi interessano molte cose: la montagna, la bici, la fotografia, la filosofia, l’intelligenza artificiale. Mi piace scoprire il perché delle cose, non fermarmi alla superficie. Amo l’ironia, non mi piacciono l’ipocrisia, la sciatteria, il formalismo eccessivo. Penso che non si smetta mai di imparare».

Perché ha scelto un percorso complesso come l’anestesia e la rianimazione?

«Proprio per la complessità. È una disciplina che mette insieme fisiologia, farmacologia, decisioni da prendere in fretta e relazioni umane intense con le persone malate e le loro famiglie, sovente nei momenti più difficili».

Cosa l’ha portata all’ospedale di Verduno?

«È un nosocomio bellissimo e in trasformazione: è sia una sfida, sia una splendida opportunità. Mi ha convinto la possibilità non solo di coordinare un gruppo, ma anche di provare a costruire qualcosa».

Qual è il ruolo dell’etica nella sua professione e nell’ambito del procurement di organi?

«L’etica è il cuore del lavoro clinico. Ciò che conta – in medicina come nella vita – è il perché e non solo il come. La medicina ha acquisito negli anni poteri di intervento enormi dal punto di vista tecnico, ma tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche appropriato e proporzionato? Nel procurement di organi servono sia competenze tecniche che relazionali».

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La prima donazione multiorgano a cuore fermo.

Il prelievo a cuore fermo è una speranza concreta per chi è in lista d’attesa?

«Sì. I numeri di Verduno, presi da soli, sono piccoli, ma sommati a quelli degli altri ospedali del Piemonte diventano centinaia ogni anno. La donazione d’organi a cuore fermo è il settore che cresce di più: a livello nazionale, nel 2025, ha rappresentato il 20% di quelle totali».

Come influiscono le Dat nella vostra attività?

«Premettiamo che al momento in Italia le Dat sono state sottoscritte da meno dell’1% della popolazione: sono uno strumento prezioso per chi desidera esprimere una volontà per quando, in futuro, non si trovasse più in condizioni di farlo. Al di là delle Dat, per chi fa il nostro mestiere è sempre più importante abituarsi a pianificare in anticipo e discutere collegialmente gli obiettivi di cura (con il paziente quando è possibile e con la famiglia) per non trovarsi a deciderle da soli in urgenza, con pochi elementi certi. È un cambiamento culturale prima ancora che normativo».

Cosa ha portato dalle esperienze precedenti, e cosa può trovare applicazione anche al Michele e Pietro Ferrero?

«Ho un mio bagaglio di esperienza: tanta attività clinica, un poco di ricerca e di attività scientifica, un interesse particolare agli aspetti comunicativi e relazionali della professione. Ho avuto diversi maestri, ma mi piace imparare anche dagli allievi, sono convinto che la mentorship sia sempre un processo bidirezionale. Ritengo che l’ospedale di Verduno si stia avvicinando a Torino non soltanto grazie all’autostrada e mi piace pensare di far parte di questo processo».

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