di Valter Colombo
L’ENCICLICA – Viviamo in un’epoca di promesse digitali in cui robotica e intelligenza artificiale (Ai) prospettano una produttività mai vista. Eppure, sotto la superficie dell’ottimismo, emergono inquietudini profonde. È in questo crinale che si inserisce la riflessione della Chiesa che, riallacciandosi alla Rerum novarum di Leone XIII, mette al centro l’unica vera variabile indipendente, ovvero la persona umana.
Nell’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV individua nel lavoro «la chiave essenziale» per comprendere la questione sociale. «Esso non è una voce di costo da tagliare, ma il cammino ordinario attraverso cui l’essere umano esprime la propria dignità e contribuisce al bene comune».
Le regole dell’algoritmo
Cosa accade, però, quando l’algoritmo detta le regole? Spesso i nuovi modelli industriali costringono gli individui a piegarsi all’automazione. Il rischio è l’alienazione, infatti «mentre l’Ai promette di dare impulso alla produttività, facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine». Una deriva che, per il solo profitto, può «dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive», scrive con forza papa Prevost.
Di fronte ad algoritmi opachi che gestiscono credito o assunzioni, viene lanciato un monito imprescindibile: «È necessario che le decisioni siano comprensibili, contestabili e sottoposte a controllo, perché la persona non sia ridotta a profilo». Però, senza una governance etica, il rischio è un «progresso materiale e una regressione antropologica» in cui la precarietà diventa un virus silenzioso che erode le famiglie e toglie speranza ai giovani.
Agire in anticipo
Allora come uscire da questa morsa? Per il Pontefice non basta agire quando i posti sono già scomparsi; occorre «governare in anticipo la trasformazione». Serve imporre criteri sociali all’innovazione, esigere una responsabilità d’impresa che includa la dignità tra i parametri di successo e sollecitare un ruolo attivo di istituzioni e sindacati. La tecnologia sarà un’alleata solo se l’economia rimarrà subordinata al bene comune, perché non c’è vera pace senza una prosperità diffusa e inclusiva. Il monito di papa Leone XIV è in perfetta linea con quanto gli studi e i report attuali delineano riguardo all’introduzione dell’Ai nel mondo del lavoro.
Infatti, il 2025 è considerato il punto di svolta nel processo di maturazione dell’intelligenza artificiale a livello globale, configurandosi non più solo come una tecnologia abilitante, ma come una vera e propria infrastruttura strategica. Mentre gli Stati Uniti accelerano con investimenti massicci, come il progetto Stargate da 500 miliardi di dollari, e l’Europa risponde con l’iniziativa InvestAI, il mondo del lavoro si trova al centro di una riconfigurazione profonda delle competenze. In Italia, l’adozione dell’Ai nelle imprese con oltre dieci addetti è raddoppiata in un solo anno, passando dall’8,2 per cento del 2024 al 16,4 del 2025.
In Piemonte
I dati Istat più recenti mostrano come il Piemonte e il Nord-Ovest, registrano la crescita più accentuata del Paese, passando dall’8,9 per cento al 19,3 di imprese utilizzatrici. Questo dinamismo è alimentato anche dall’eccellenza accademica del territorio, come dimostrato dall’attività dell’Hub AI@PoliTO del Politecnico di Torino, centro nevralgico per la ricerca e l’integrazione tecnologica. Le stime sull’impatto occupazionale delineano uno scenario complesso. Negli ultimi tre anni sono stati persi circa 425mila posti di lavoro a causa dell’automazione, di cui 142mila nella sola Europa.
Circa il 25 per cento dell’occupazione globale è potenzialmente esposto all’Ai, cifra che sale al 34 per cento nei Paesi ad alto reddito. Tuttavia, il World economic forum prevede che, a fronte di 85 milioni di posti eliminati entro il 2025, ne verranno creati 97 milioni di nuovi, legati alla manutenzione e supervisione dei sistemi intelligenti. Il vero rischio non è la distruzione netta del lavoro, ma una discrepanza temporanea tra le competenze richieste e quelle disponibili.
Il paradosso
Emerge inoltre un paradosso: i lavoratori più qualificati e i profili cognitivi sono spesso i più esposti (fino al 37 per cento dei laureati), a differenza degli artigiani e operai specializzati, definiti immuni per la loro manualità complessa e difficilmente replicabile, come mostra il report Aipia 2025 e il futuro del lavoro in Italia secondo cui l’Ai trasforma i settori in modo asimmetrico. I servizi di informazione e comunicazione guidano la classifica con il 51,3 per cento di imprese utilizzatrici, seguiti dal settore energetico (33,2) e dalle professioni tecniche (35,7 per cento). All’interno di queste trasformazioni, preoccupa il gender gap, infatti le donne risultano sovraesposte ai rischi di automazione, rappresentando il 54 per cento dei lavoratori in ruoli sostituibili.
I vantaggi
Secondo il report Intelligenza artificiale 2025 del Centro Einaudi, i vantaggi per le aziende sono tangibili: il 22,6 per cento dichiara un aumento dell’efficienza operativa e il 14,1 un’accelerazione dell’innovazione. L’integrazione di colleghi cibernetici permette inoltre di superare i depositi funzionali e aumentare la produttività fino al 20 per cento nella manifattura. Sul fronte opposto, la mancanza di competenze adeguate frena il 60 per cento delle aziende. In tutto questo non tarda a farsi sentire anche l’impatto ambientale: infatti, l’addestramento di grandi modelli può produrre emissioni pari a quelle di centinaia di auto a benzina, rendendo urgente il passaggio a una Ai frugale e sostenibile che rispetti l’uomo.
Un’alleata
In conclusione, come scrive papa Leone XIV nella sua enciclica, «la tecnologia può essere un’alleata straordinaria, ma solo se l’ordine economico rimane fermamente subordinato al bene comune e la transizione digitale sarà autenticamente generativa solo se sapremo mantenerla a misura d’uomo, perché la prosperità e la pace possono esistere solo se fondate sulla giustizia».
