Ecco cosa c’è dietro i dazi e perché gli Usa hanno perso la guerra in Iran. L’analisi di Dario Fabbri

Le tariffe doganali a stelle e strisce sono fallimentari, la guerra in Medio Oriente  lascia molti dubbi e le rotte commerciali sono a rischio

Ecco cosa c’è dietro i dazi e perché gli Usa hanno perso la guerra in Iran. L'analisi di Dario Fabbri

di Maria Delfino

ECONOMIA «I dazi non funzionano per gli Stati Uniti». Dario Fabbri, analista geopolitico e direttore della rivista Domino, invitato alla conferenza della Camera di commercio cuneese, apre il dibattito analizzando la strategia commerciale dell’Amministrazione Trump. «La domanda è: qual è la ratio dei dazi? Non è riportare la manifattura negli Usa. Fa parte di una retorica fantasiosa sostenuta dalla presidenza Trump. Gli Stati Uniti non vogliono infliggere sanzioni ai prodotti importati col fine di diventare loro stessi un Paese esportatore. Anche nel caso in cui Washington decidesse di perseguire questa strada, ci vorrebbero quattro o cinque generazioni».

Prosegue Fabbri: «Secondo la linea sostenuta da Trump, i dazi verso di noi sarebbero destinati a condurre nelle casse federali statunitensi migliaia di miliardi di dollari, al fine di spenderli contro la Cina in ambito militare e tecnologico». Il meccanismo però, secondo Fabbri, non sta producendo gli effetti attesi: «Il 90 per cento dei dazi viene pagato dagli americani stessi, soprattutto nella manifattura». Anche sul piano giuridico la politica delle sanzioni resta contestata. «Trump non potrebbe neanche porre i dazi, sono abusivi. La Corte suprema americana ha messo in discussione la legittimità di alcune misure e l’Amministrazione sta usando escamotage giuridici per procedere».

Dall’economia al versante militare

Poi Fabbri passa all’analisi del versante militare, in riferimento alla richiesta da parte degli Usa di riarmo europeo. Dopo le pressioni dell’Amministrazione Trump, l’Ue incrementerà sensibilmente la spesa per gli armamenti. Il rapporto tra Stati Uniti ed Europa viene letto come la relazione tra l’impero e i suoi sudditi: «La porzione centrale dell’impero dice ai suoi satelliti: stiamo combattendo uno scontro che vi riguarda, quello in Medio Oriente e contro altri grandi avversari, ci dovete pagare».

La decisione della Nato di aumentare le risorse destinate alla difesa comporterà scelte politiche interne. «Li toglieranno dal welfare e da altri settori importanti». Inoltre, il riarmo non sta seguendo la direzione indicata dagli Stati Uniti. «Gli Usa non ci chiedevano di produrre nuove armi, al contrario, si aspettano che le imbracciamo. Un processo che richiede un cambiamento culturale prima ancora che militare. Arruolarsi non è una questione protocollare, ma un nodo ben più complesso. Visto che non stiamo ascoltando la loro richiesta, minacciano di ritirare i soldati dalle basi europee. A mio avviso si tratta di un grande bluff».

Le strategie in Medio Oriente

Fabbri dedica poi un passaggio ai conflitti bellici e alla narrazione che li accompagna. «Le guerre non sono videogiochi. Non si valutano sui bersagli distrutti, sui morti, ma sugli obiettivi politici che ti eri posto». Il riferimento è alla strategia americana in Medio Oriente: «Gli americani hanno perso questa guerra perché gli obiettivi politici non sono stati raggiunti. Oggi il regime iraniano è più forte, ringiovanito, e mantiene le proprie riserve di uranio arricchito. I due terzi dei missili sono intatti, così come migliaia di droni che costano 25mila euro al pezzo. Gli Usa raccontano di averla vinta quando è vero l’esatto contrario, hanno perso, ma tanto non ci capisce niente nessuno», afferma Fabbri.

Per quanto riguarda lo stretto di Hormuz, il punto centrale è il controllo delle rotte: «Qui va di mezzo il dominio marittimo degli Stati Uniti, che è ciò di cui campano. La globalizzazione prima di questa guerra era in ottima salute perché si fondava sul controllo americano dei mari. Se gli Stati Uniti perdono Hormuz, ne va della loro egemonia globale. È uno dei passaggi più importanti».

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