Madonna del latte, il restaurato bagliore del dipinto del Trecento

I restauri eseguiti da Tiziana Carbonati e seguiti da Massimiliano Caldera per la Soprintendenza sono vicini alla conclusione

 10

ALBA Al completamento del restauro della Madonna del latte, donata da Giovanna Bergui ad Alba e presentata in Comune il 12 dicembre, mancano ancora settimane, dedicate «alle fasi di restituzione estetica sia dell’oro sia della policromia, l’intervento sarà ultimato con la nebulizzazione di un film protettivo». Poi verrà il momento della presentazione, che si può supporre avverrà in occasione della maggiore rassegna albese, la Fiera del tartufo, quindi a metà ottobre.

Massimiliano Caldera con il dipinto di Barnaba da Modena nel Municipio di Alba.

Tiziana Carbonati, la restauratrice incaricata, ha dedicato alla tavola di Barnaba da Modena mesi di intenso lavoro, in una stanza del Municipio, per pulire il dipinto dalla patina lasciata dai secoli (sono oltre sei) e dalle mani dei fedeli, che in passato esprimevano la loro devozione accarezzando l’immagine sacra, soprattutto i volti del Bambino e della Vergine, come aveva ricordato Massimiliano Caldera, lo storico dell’arte della Soprintendenza che ha seguito la vicenda della trecentesca opera d’arte fin dall’inizio: l’inquinamento, le variazioni di umidità e temperatura non reggono il confronto, nel «deteriorare le opere d’arte, con l’azione dell’uomo».

Il primo passo sono state le indagini diagnostiche eseguite da Luigi Sordoloni, le fotografie, anche in ultravioletto, a cura di Marco Bertoli, le lastre ai raggi X grazie a Davide Bussolari, che hanno reso possibile avere l’esatta conoscenza della composizione dei pigmenti – tempera all’uovo – e del supporto in legno di pioppo: una tavola centrale unita ad altre due più piccole ai lati.

L’imperativo dei restauratori moderni è essere meno invasivi possibile; in quest’ottica, negli ultimi decenni si è fatto ricorso all’utilizzo di strumenti nati per la medicina, come i già citati raggi X, la risonanza magnetica, macchinari endoscopici per valutare lo stato di salute di una scultura dall’interno. Nel caso del Barnaba da Modena si tratta del laser, che permette di eliminare lo sporco o le ridipinture, strato per strato, con una precisione misurabile in millesimi di millimetro. Una tecnica costosa, ma che consente risultati migliori e sicuri rispetto all’intervento manuale.

Le stelline

 10
La ripulitura con il laser.

In particolare, su parti che presentano incisioni, come le stelline che punteggiano il cielo d’oro, e soprattutto come le corone della Madonna e del Bambino, non semplicemente dipinte, ma decorate con un «effetto quasi di sabbia dorata, la quale si alterna a punzonature che realizzano motivi geometrici. Sono tutte tecniche che derivano dall’oreficeria medievale», spiega Massimiliano Caldera. Venivano usati bulini di varie dimensioni a seconda dell’effetto che si voleva ottenere. «Questa lavorazione veniva fatta sulla preparazione a gesso, sulla quale veniva steso il bolo e poi veniva applicata la foglia d’oro». Osservando l’opera si apprezzano con chiarezza i punti dove l’oro è stato consumato e dove i fogli venivano congiunti sovrapponendosi, dando quindi oggi un effetto di quadrettatura.

Caldera ricorda che «esisteva una corporazione di artigiani medievali, i “battiloro”, che in tasche di cuoio battevano minuscoli lingotti di metallo», che com’è noto è estremamente duttile, finché ne riducevano lo spessore a fogli sottili «da applicare con dell’adesivo al bolo», una particolare argilla usata come supporto se era prevista la doratura.

Arte orafa

«L’arte orafa, utilizzando i materiali più preziosi, era la più nobile, tant’è vero che anche il modo di indicare le pieghe del panneggio della veste di Maria si chiama con il termine greco di crisografia, cioè scrittura in oro, ma è usato pure il termine italiano agemina: è una tecnica orafa che restituisce l’immagine come se si trattasse di smalti colorati legati da filamenti metallici. Il blu è il blu di lapislazzuli, una pietra semipreziosa. L’oro e i lapislazzuli impiegati per l’opera venivano pagati a parte all’artista, un po’ come accade – facendo un accostamento albese – con la grattata di tartufo sui tajarin. Rende l’idea del costo», spiega Caldera.

La materia prima per i dipinti, i pigmenti, «erano di origine minerale o di origine vegetale. I primi venivano ottenuti pestando il minerale, compito di garzoni di bottega, che passavano il tempo a ridurre in polvere materiali che dal Medio Oriente venivano imbarcati verso Genova o verso Venezia».

La Madonna di Barnaba da Modena ha una «componente bizantina molto forte. L’influsso dall’Impero d’Oriente è d’abitudine associato a Venezia, ma in realtà appartiene anche a Genova (la città d’elezione di Barnaba da Modena, ndr). Oltre a un quartiere a Costantinopoli, Galata, la Superba ha colonie in Crimea, a partire da Caffa. I rapporti con l’Oriente sono molto stretti».

La tavola in corso di restauro «è un’immagine profondamente legata al mondo orientale anche dal punto di vista tecnico, non soltanto dal punto di vista iconografico e iconologico. Da quest’ultimo punto di vista si tratta di una Galactotrofusa (Madonna che allatta). Le immagini delle Madonne bizantine sono codificate: l’Odigitria è colei che presenta il bambino al fedele e gli indica la via verso la quale deve tendere; la Glicofilusa (“del dolce bacio”), che poi è la Madonna di Cambrai, la Madonna guancia a guancia con il Bambino; infine c’è appunto la Galactotrofusa», simbolo insieme dell’umanità di Gesù e del nutrimento spirituale che la Vergine offre alla Chiesa.

Paolo Rastelli

Banner Gazzetta d'Alba