Quando a San Benedetto c’era la luna, il nuovo libro di Bruno Murialdo

Quando a San Benedetto c’era la luna, il nuovo libro di Bruno Murialdo
Bruno Murialdo

IL LIBRO. Partire dalle proprie origini per dipingere un quadro sulla Langa che fu e sui personaggi che hanno contribuito alla rinascita economica – e non solo – di un’area un tempo considerata depressa: lo ha fatto Bruno Murialdo con Quando a San Benedetto c’era la luna, edito da Baima-Ronchetti. Il volume si apre con il pensiero di Angelo Gaja «Lui c’era con la fotografia e il racconto a custodire la memoria», sintesi del lavoro del fotografo albese. Dopo il messaggio dell’Amministrazione di San Benedetto, la prefazione è di Oscar Farinetti.

Il primo capitolo, anticipato da una suggestiva fotografia di San Benedetto negli anni Sessanta sotto la luna, parte dal paese dell’alta Langa. Qui il padre dell’autore fu “servitore” nella borgata Prandi e strinse amicizia con Placido Canonica e molti altri personaggi legati all’epica fenogliana. Murialdo racconta poi la voglia di riscatto che spinse il padre a emigrare con la famiglia dai Granaretti di Gorzegno al Cile, corredando la narrazione con ricordi e immagini familiari.

Accanto alla fotografia degli otto fratelli Murialdo in posa nella borgata natia, si incontrano gli scatti che ritraggono Bruno reporter all’Habana, giovane cameriere al Savona e apprendista nello studio Agnelli. Nella narrazione entrano i ricordi personali. La sua carriera inizia con molta gavetta: Pietro Agnelli «mi aspettava guardando a destra e a sinistra. Aveva un viso truce, la testa pelata e spesso indossava un maglione bianco. Mi incuteva timore. Assomigliava a Picasso. “Ciao, sei arrivato. Dobbiamo stampare le spose. Sbrigati, vai a sviluppare i rullini”».

Il lavoro era duro: «Passavo 6-7 ore al giorno in camera oscura, da lunedì a sabato», ma «in quello studio di via Maestra imparai più cose di quante se ne apprendono all’università». C’è poi la descrizione, capitolo per capitolo, di langaroli come Eugenio Corsini, professore universitario amico di Bruno perché «entrambi figli della stessa Langa», don Toio Delpiano, per il quale «la pietra era un segno splendido, un elemento primordiale della vita umana» e Giacomo Morra. Accanto a loro, sono ritratte le persone comuni, come Giuseppe Canonica di San Benedetto, che «a otto anni si ritrovò a dover sopravvivere come un uomo fatto, dentro colline spoglie che non concedevano nulla».

Diversi capitoli sono dedicati alla Ferrero, con le testimonianze dei dipendenti storici e il ricordo di Carlo Bassino, che guidava unaQuando a San Benedetto c’era la luna, il nuovo libro di Bruno Murialdo 1 delle corriere che facevano la spola tra i paesi e lo stabilimento. Giovanni Ferrero diceva a tutti i meccanici che «i suoi operai dovevano viaggiare comodi» perché al ritorno «c’era da lavorare la campagna, ed era importante arrivarci riposati».

Oltre a Cesare Pavese e Beppe Fenoglio (di costui è riportata la testimonianza sugli ultimi giorni, ripresa dal manoscritto della marchesa Irene d’Invrea affidato a Murialdo nel 1988), nel libro si parla di letteratura con Gabriel García Márquez ospite da Felicin a Monforte.

L’ultimo capitolo è dedicato alle riflessioni in versi dello stesso Bruno, nascosto dietro al nome di Don Chisciotte: d’altronde, in Langa i mulini a vento «possono avere il volto della fame, della guerra, dell’inverno troppo lungo o di una solitudine che nessuno osa nominare». A completare le 150 pagine del libro ci sono i pensieri di Paolo Tibaldi, Isabella Perugini e Chiara D’Onofrio. Aggiunge Murialdo: «L’idea è nata alcuni anni fa. Sono molto legato a mio padre e ai suoi luoghi, lui mi raccontava sempre molte storie su San Benedetto e dintorni. Qui ho conosciuto tantissimi personaggi che facevano cose affascinanti». d.ba.

Banner Gazzetta d'Alba