È morto Francesco Guccini, aveva 86 anni. Il ricordo

È morto Francesco Guccini, aveva 86 anni. Il ricordo 1

di Pierangelo Vacchetto

IL RICORDO – Ciao Francesco, amico mio.

Ci sono persone che entrano nella nostra vita attraverso un disco. Altre attraverso una stretta di mano. Francesco, per me, è stato entrambe le cose.

È morto Francesco Guccini, aveva 86 anni. Il ricordo
Foto di Pierangelo Vacchetto

Questa mattina non è morto soltanto uno dei più grandi cantautori italiani, se n’è andato un amico con il quale, dagli anni Ottanta, ho condiviso un pezzo importante della mia vita.

Lui aveva 86 anni, io ne ho 70. Mezzo secolo di incontri, telefonate, risate, discussioni, Ferragosto trascorsi insieme a Pàvana o tra le colline, parlando di musica, di libri, di dialetti, di politica, di vigne e di quella vita semplice che entrambi abbiamo sempre cercato di difendere. Con Francesco non servivano grandi discorsi. Bastava sedersi a un tavolo, stappare una bottiglia e lasciare che la conversazione prendesse la strada che voleva. Poteva partire da una vecchia ballata emiliana e finire sul significato di una parola piemontese, oppure nascere da un ricordo e trasformarsi in una riflessione sul tempo che passa.

Ogni volta che arrivava la stagione del tartufo tornava puntuale la nostra bonaria disputa. Per Francesco non esistevano tartufi migliori di quelli dell’Appennino tosco-emiliano, quelli delle sue montagne e della sua Pàvana. Io, naturalmente, difendevo senza esitazione il tartufo bianco d’Alba. Erano discussioni senza vincitori e senza vinti. Ognuno rimaneva fedele alle proprie radici, e forse era proprio questo il bello. Perché dietro ai tartufi non si parlava soltanto di gastronomia. Si parlava di appartenenza. Lui difendeva la sua montagna, io le mie colline. E ogni volta finivamo per sorriderne davanti a un bicchiere di vino, consapevoli che certe cose non hanno bisogno di essere dimostrate: basta voler bene alla propria terra.

Ripensandoci oggi, mi accorgo che quella piccola disputa raccontava perfettamente chi eravamo. Due uomini profondamente legati ai propri luoghi, convinti che il posto da cui si proviene continui ad abitare dentro di noi per tutta la vita. Lui aveva l’Appennino, io le Langhe. Entrambi sapevamo che le radici non sono un limite, ma una ricchezza da custodire. Negli anni ho avuto il privilegio di conoscere l’uomo prima ancora dell’artista. Ho visto la sua curiosità inesauribile, la capacità di ascoltare, l’ironia tagliente, la cultura immensa mai ostentata. Ho visto l’amico che sapeva ridere di sé stesso e che, lontano dai riflettori, era semplicemente Francesco.

Ripenso ai tanti Ferragosto trascorsi insieme. Sembravano giornate destinate a non finire mai. Allora il tempo era un concetto lontano e nessuno immaginava che un giorno sarebbero rimasti soltanto i ricordi. Le tavolate, le passeggiate, le discussioni infinite, una chitarra appoggiata a una sedia, il vino, le risate. Erano momenti semplici, ma erano la vita. Le sue canzoni continueranno a vivere. Continueranno a parlare a generazioni che forse non lo hanno mai incontrato. Ma io conserverò soprattutto il ricordo delle ore trascorse insieme, delle chiacchierate senza fretta, degli abbracci, delle telefonate improvvise e di quell’amicizia nata quasi per caso e diventata parte della mia vita.

Ripenso anche a quanto Francesco, senza forse rendersene conto, abbia inciso sulle mie scelte. Attraverso le sue canzoni ho imparato che le radici non sono un luogo da cui fuggire, ma un posto a cui tornare. Mentre molti inseguivano una carriera lontano, io ho scelto di restare nelle mie Langhe, tra le colline che amo, a raccontarne la storia, l’arte e la gente. Forse quella scelta è nata anche ascoltando Radici, quando da ragazzo quelle parole sembravano soltanto una bella canzone e invece erano già un insegnamento di vita. Quando muore un amico non se ne va soltanto una persona. Se ne va anche un pezzo della nostra giovinezza. Si spengono luoghi, voci, abitudini, Ferragosto, fotografie, discussioni sui tartufi e sul dialetto, tutte quelle cose che sembravano destinate a ripetersi per sempre.

E forse, se oggi potessi ancora sentirti, ricomincerei proprio da lì. Ti direi, con il sorriso, che il tartufo bianco d’Alba resta il migliore del mondo. Tu mi guarderesti con quell’aria ironica, pronto a ribattere che quelli dell’Appennino non hanno rivali. E finiremmo ancora una volta a ridere davanti a un bicchiere di vino. Mi mancherai, Francesco.Mi mancherà l’amico prima ancora del cantautore. Grazie per la tua amicizia, per la tua umanità e per avermi accompagnato, con la tua presenza e con le tue canzoni, lungo un tratto importante del mio cammino. Buon viaggio, amico mio.

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