Venezia città del cinema / Marco Bechis, regista italo-cileno, porta in concorso Ritorno a Buenos Aires

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VENEZIA Marco Bechis, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico e scrittore italo-cileno, porta in concorso Ritorno a Buenos Aires; dal 1980 inizia a interessarsi al cinema con l’intento di raccontare la tragedia in atto in Argentina. Il film è ambientato a Buenos Aires nel 2008. Dopo trentatré anni trascorsi in Italia, Mariano Guerra torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono, torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Insieme ad altri sopravvissuti è ospitato negli alloggi del Ministero della giustizia, dove ritrova persone che hanno condiviso la prigionia e attende il giorno della sua deposizione. Le giornate trascorse con gli altri testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano alla luce vicende rimaste in sospeso per decenni. Mariano è uno dei pochi sopravvissuti a quella tragedia e porta con sé un peso che nessuna sentenza può alleggerire. Il ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con ciò che significa essere rimasto vivo.

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«Con Ritorno a Buenos Aires torno in Argentina cinquant’anni dopo. Ci torno con una storia che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco. Anch’io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io. Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare», racconta il regista.

Che cosa significa sopravvivere? Per molti anni Bechis ha pensato che il cinema potesse liberarlo da questa domanda, ma purtroppo non è stato così. Mariano torna a Buenos Aires per testimoniare in un processo e il regista attraverso di lui, ha cercato di raccontare quel momento in cui il passato torna a occupare il presente. Con una regia essenziale, senza spiegare né giudicare, si sottolineano i silenzi, i volti, il tempo dell’attesa, i luoghi che conservano le tracce di ciò che è accaduto. In fondo, questo film parla di quella colpa del sopravvissuto che insiste.

Quella di Marco Bechis non è la storia di un semplice regista, ma quella di un sovversivo, come lui stesso ama definirsi nella sua autobiografia La solitudine del sovversivo, che ha fatto della macchina da presa lo strumento per dare voce a chi è stato inghiottito dal silenzio. Tutto ha inizio il 19 aprile 1977 a Buenos Aires. Bechis ha solo vent’anni quando viene sequestrato dai militari della dittatura di Videla. Finisce nei gironi infernali dei centri clandestini di detenzione, dove la tortura è la regola e la vita un soffio sospeso. Rilasciato ed espulso in Italia dopo mesi di prigionia, Bechis non ha mai smesso di tornare in quell’Argentina ferita, trasformando la sua esperienza nel cuore pulsante di una filmografia essenziale e potente. Il suo cinema è un viaggio attraverso i cerchi concentrici del dramma latinoamericano. Se con Alambrado (1991) ci aveva incantati con il mito di una Patagonia selvaggia minacciata dalla speculazione, è con il capolavoro Garage Olimpo (1999) che ci ha portati fisicamente dentro l’orrore delle carceri clandestine di Buenos Aires. Bechis non si è fermato lì: con Figli/Hijos (2001) ha dato volto al dramma dei figli dei desaparecidos sottratti alle madri e con La terra degli uomini rossi – Birdwatchers (2008) ha allargato lo sguardo alla ribellione delle comunità indigene contro lo sterminio culturale.

Oggi, con il suo ultimo lavoro in Concorso, il cerchio sembra chiudersi, ma solo per riaprirsi su nuove domande. Attraverso il personaggio di finzione Mariano Guerra, chiamato a testimoniare contro i suoi aguzzini dopo trentatré anni di esilio, Bechis torna nel luogo del trauma. Perché per questo regista sovversivo, sopravvivere non significa essere salvi. Il suo cinema ci ricorda che testimoniare resta forse l’unico modo per impedire alla Storia di finire sepolta nel silenzio. Marco Bechis è un regista che non ha paura di guardare nell’abisso per trovarvi con coraggio un barlume di verità.

Un brillante avvocato che affronta la dipendenza

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Il regista francese Tristan Séguéla porta al Lido il film fuori concorso Un bon avocat. Léonard Landry, affermato avvocato penalista, va in overdose nel corso di un’udienza in tribunale. Dopo un percorso di disintossicazione, ha una sola settimana per salvare la propria carriera e prepararsi al proprio stesso processo, assistito a malincuore da Noé, un tenace tirocinante. Ha così inizio una frenetica corsa contro il tempo tra scappatoie legali, tentazioni e colpi di scena. Quando Léonard esce dal centro di riabilitazione, il suo destino è appeso a un filo così sottile che ogni momento della sua vita sembra sospeso sull’orlo del precipizio. Come farà a non ricadere nelle vecchie abitudini? Come resisterà alle tentazioni?

«Quando si affronta il tema della dipendenza, mi vengono in mente numerose pellicole che amo. Più che brillanti avvocati, i protagonisti di questi film sono spesso fuorilegge ed emarginati che lottano contro i propri demoni, resistendo strenuamente fino alla propria rovinosa caduta», dichiara il regista. Léonard è uno di loro, anche se lui ha la fortuna di incrociare il cammino di un giovane avvocato di talento che lo condurrà alla salvezza.

Una Milano che corre e brilla sulle spalle dei rider

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I protagonisti del film Rider

Per la sezione Settimana internazionale della critica è stato presentato il film Rider dei registi Roan Johnson e Davide Pavanello. C’è una Milano che corre, che brilla e che ordina sushi a domicilio per dimenticare la solitudine. E poi c’è la Milano di chi quelle consegne le fa, pedalando tra i palazzoni della Barona e le ville del centro, osservando il mondo da un sellino. Rider non è solo un film, è un battito frenetico, una storia di colpa e riscatto che trasforma le strade della metropoli in un palcoscenico dove la vita può ribaltarsi in appena quarantotto ore.

Il protagonista è Sami, un ragazzo cresciuto in fretta che ha trovato nella bicicletta la sua libertà durante il silenzio della pandemia. Ma la sua è una libertà precaria. Tutto cambia la notte di Capodanno, quando una consegna di sushi in una sfarzosa villa di un ricco imprenditore, Giorgio Colombo, lo trascina dentro una realtà fatta di eccessi, manipolazione e pericoli. Tra il lusso ostentato di Colombo e l’ombra delle proprie scelte, Sami incontra Nia, una ragazza che sembra venire da un altro pianeta ma che parla la sua stessa lingua di sogni e progetti. In quel breve arco di tempo, l’attrazione tra i due diventa la scintilla che obbliga Sami a smettere di scappare e a decidere, finalmente, che uomo vuole diventare.

La vera rivoluzione di Rider sta nel suo linguaggio. Dimenticate i musical tradizionali dove la canzone interrompe la scena. Qui, il cinema e la musica sono la stessa cosa: «un film al servizio di un album al servizio di una storia», dichiarano i registi. I dialoghi scivolano naturalmente nel rap, le rime diventano conversazione e le canzoni fungono da voce fuori campo, senza mai spezzare l’incanto del racconto. È un esperimento narrativo potente, dove la metrica del teatro classico incontra le barre della strada, rendendo il rap lo specchio perfetto di una città troppo veloce per chiunque.

A dare profondità a questo viaggio emotivo troviamo volti noti e talenti cristallini. Claudio Santamaria interpreta Giovanni, il padre di Sami, un uomo segnato dagli errori passati che, dagli arresti domiciliari, cerca disperatamente di evitare che il figlio percorra la sua stessa strada oscura. Accanto a lui, l’attrice e cantautrice Kaze nei panni di Nia e il rapper Johnny Marsiglia, che non solo interpreta l’amico fidato di Sami, ma ha collaborato attivamente alla costruzione dei versi che danno ritmo all’intera pellicola. Rider è una storia volutamente semplice ma universale: un ragazzo che pedala, un incontro inaspettato e una decisione impulsiva che presenta il conto. È un film che si vede e un disco che si ascolta, un’opera che cattura perfettamente il conflitto sociale di una Milano bellissima e crudele. Se cercate un’esperienza che vi faccia sentire il vento in faccia e il ritmo nelle vene, preparatevi a salire in sella con Sami interpretato dal bravissimo Lorenzo Aloi. La domanda rimane solo una: continuerete a correre o avrete il coraggio di fermarvi e rispondere delle vostre scelte?

Quattro migranti cercano amore e senso di appartenenza

La regista indiana Anuparna Roy torna a Venezia portando nella sezione Orizzonti il film Lovers in the Blue Night. Nel caos di Mumbai, quattro migranti cercano amore e senso di appartenenza in una città che concede ben poco. Karim, un omosessuale schivo, vive con Ameena, responsabile di un bar, che ha sposato per pietà dopo che il loro villaggio è stato distrutto da un’inondazione. Ameena desidera sentirsi amata e si aggrappa a lettere misteriose che le promettono la tenerezza che la vita le ha negato. Sukka, un ladruncolo in cerca di riscatto dalla casta, diventa il desiderio proibito di Karim e lo trascina in un universo segreto di brama e di rischio. Mentre le loro esistenze si intrecciano tra vulnerabilità, segreti e tradimenti, ognuno è costretto a confrontarsi con il prezzo da pagare per desiderare qualcosa in più della semplice sopravvivenza.

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Quando Ameena crede erroneamente che l’autore delle lettere sia Omran, il magnaccia del bar, e comincia a invaghirsi di lui, l’equivoco risveglia nell’uomo una vena di dolcezza, spingendo i quattro protagonisti verso un epilogo in cui amore, illusione e sopravvivenza si scontrano. È un’opera su persone che hanno il coraggio di desiderare in un contesto che punisce i sentimenti: un gay imbrigliato dal dovere, una donna che desidera essere vista e un ladro in cerca di accettazione.

«Il film attinge alla mia esperienza di migrante, al mio aver osservato le vite della classe lavoratrice dissolversi nel ritmo della metropoli. Per me, Lovers in the Blue Night esplora l’ostinazione di chi continua ad amare, anche quando la città si rifiuta di ricambiare lo sguardo. Come regista, sono sempre stata attratta da vicende al tempo stesso intime e politiche. Da bambina ho visto da vicino una realtà molto simile a quella di Ameena, lavorava nel mio paese natale come bracciante insieme al marito Karim e diventò una presenza costante. Un giorno le chiesi ingenuamente perché lei e Karim non dormissero mai insieme. Mi rispose, calma “perché non mi porta con sé”. All’epoca non compresi, ma quel momento mi è rimasto impresso», racconta la regista, che con la pellicola intende trasporre quel ricordo dentro una Mumbai immaginata, uno spazio dove Ameena rivendica la propria libertà e le proprie aspirazioni, libera di vivere la vita che intende condurre, anche a costo di ritrovarsi in un’altra gabbia ma questa volta scelta da lei.

Dopo il successo veneziano di Songs of Forgotten Trees, il cinema di Anuparna Roy, tornata a far parlare di sé conducendo lo spettatore questa volta nel cuore di una notte blu, dove i confini tra identità, necessità e sogno si fanno labili, compiendo un salto di maturità, abbandonando l’istintività fragile degli esordi per abbracciare una narrazione più ampia e consapevole, che attraversa le lingue e le stratificazioni sociali di una Mumbai notturna e pulsante.

Uno dei tratti più distintivi della sua poetica emerge da un dettaglio crudo, quasi disturbante, il mestiere di uno dei protagonisti, Karim, che produce veleno per topi per i complessi residenziali più ricchi di Mumbai. Questa scelta non è un semplice espediente narrativo, ma nasce da un’osservazione reale ovvero il contrasto tra il decoro delle élite e il lavoro invisibile di chi deve gestire lo sporco e la morte. Karim diventa così il simbolo di un’umanità marginalizzata: migrante, povero e queer, è una figura necessaria alla società, eppure spinta costantemente ai margini dell’invisibilità.

Al centro della pellicola non c’è solo la denuncia, ma una profonda indagine sul sentimento umano. Per la regista, l’amore è una costruzione complessa, spesso confusa con il disperato bisogno di sicurezza o di fuga. «A volte amiamo una persona, altre volte ciò che speriamo possa darci come libertà, accettazione o una nuova identità», spiega la regista, sottolineando come il confine tra affetto autentico e proiezione sia sempre in movimento.

Anche la notte gioca un ruolo fondamentale in questa ricerca come spazio temporaneo di libertà, un rifugio dove i personaggi possono finalmente immaginare versioni diverse di sé stessi e vivere incontri che alla luce del sole sarebbero proibiti dalle convenzioni sociali. Ma è un incantesimo destinato a rompersi con il mattino, dove ognuno è costretto a tornare al proprio ruolo prestabilito.

Il film affronta temi di bruciante attualità, come le alluvioni nel Golfo del Bengala e la conseguente migrazione climatica dei rifugiati bangladesi. Tuttavia, la regista rifugge con decisione la spettacolarizzazione della povertà o la pietà paternalistica. La sua è una scelta politica precisa, quella di preferire l’empatia alla compassione. I suoi personaggi non sono mai ridotti a semplici categorie statistiche o vittime senza voce; sono esseri complessi, contraddittori, sognatori e bugiardi. Sono persone che cercano di sopravvivere dopo che l’acqua ha portato via la loro terra, ma che non rinunciano ai loro desideri più intimi. Un invito a guardare dove solitamente distogliamo lo sguardo, ricordandoci che, anche nelle pieghe più oscure della precarietà, la ricerca di un legame umano resta l’ultima, vera ancora di salvezza.

Walter Colombo, inviato a Venezia

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