di Pierangelo Vacchetto
RODDINO – Ci sono partenze che nascono dalla necessità e altre che, a distanza di anni, diventano un modo per tornare a cercare le proprie radici. È proprio intorno a questo filo, quello delle partenze e delle ripartenze, che si è sviluppato domenica 20 settembre il primo appuntamento della rassegna Autunno da leggere: storie di partenze e di ripartenze, organizzata dal comitato Biblioteca e dalla Pro loco, con la collaborazione del Comune di Roddino e della libreria La Torre.
Ospite dell’incontro è stato Luca Bianchini, scrittore, conduttore radiofonico e autore pubblicitario, che ha presentato il suo ultimo romanzo, Le ragazze di Tunisi. A dialogare con lui è stata Daniela Scavino, con domande che hanno permesso all’autore di raccontare soprattutto la genesi del libro, senza naturalmente svelarne la trama. L’appuntamento è nato all’interno del progetto HubRoddino, finanziato dalla fondazione Crc, in collaborazione con l’associazione culturale BookPostino. Dopo Bianchini, la rassegna proseguirà il 4 ottobre con Alice Malerba e il 18 ottobre con Boban Pesov.

Ad aprire l’incontro è stato il presidente della Pro loco, Giancarlo Gilardi, che ha spiegato il significato del titolo scelto per la rassegna, richiamando una frase di John Steinbeck in Furore: «La gente si sposta perché lo deve fare». Da qui l’idea di raccontare persone che partono perché sono costrette a farlo, ma che spesso, in qualche modo, cercano anche una strada per ritornare. Una scelta particolarmente significativa in un tempo in cui chi si sposta viene talvolta percepito come un nemico, mentre gli incontri di Roddino vogliono raccontare: «storie di persone che si spostano perché devono e che sono comunque nostre amiche», ha sottolineato Gilardi.
Con la consueta ironia, Bianchini ha ripercorso anche le proprie numerose partenze professionali. Copywriter pubblicitario, speaker radiofonico e scrittore da più di vent’anni, ha raccontato di aver iniziato a definirsi davvero scrittore soltanto dopo il successo di uno dei suoi libri. «Prima dicevo: scrivo. Poi, dopo quel libro e il successo, sono stato fiero di poter dire scrittore». Una definizione che, ha raccontato scherzando, avrebbe voluto persino sulla carta d’identità. Ma la vera partenza al centro della serata è quella che ha dato origine alle Ragazze di Tunisi, una storia nata, quasi per caso, dopo la morte del padre di Bianchini, avvenuta due anni fa. «Quando è morto ci siamo ritrovati io, mio fratello e mia madre», ha raccontato.

La scomparsa del padre ha modificato anche il modo di guardare alla madre: quando una coppia resta insieme per molti anni, ha spiegato, sembra quasi un’unica entità; quando uno dei due viene a mancare, il rapporto con chi rimane deve essere in qualche modo riscoperto. Per aiutare la madre a elaborare il lutto, Bianchini e il fratello hanno iniziato a guardare insieme le vecchie fotografie di famiglia. E proprio quelle immagini hanno aperto una porta sul passato. Le fotografie riportavano a Tunisi, alla casa della madre, alla Medina, a Cartagine, ai luoghi di un’infanzia che lo scrittore conosceva soltanto attraverso racconti frammentari.
Da lì è nata la necessità di fare domande. Prima alle zie e poi, per ultima, alla madre. «Ho iniziato a intervistare tutte le zie, con il terrore che morissero», ha raccontato con ironia. In pochi giorni le ha incontrate una dopo l’altra, fino ad arrivare alla madre, che Bianchini considerava quasi l’ultima persona da interrogare. Ed è stata proprio lei a sorprenderlo. «Quando ho detto: mamma, cosa ti ricordi?, mi ha risposto: tutto». E da quel momento è cominciato un vero viaggio nella memoria. La casa di Tunisi, la macchina da cucire, lo specchio, la nonna che controllava quanto olio veniva utilizzato per cucinare, la spiritera, una sorta di piccolo fornello da campeggio, e soprattutto il cortile, che nella memoria della madre era diventato un piccolo mondo.
Quella memoria familiare si è intrecciata con la storia di una comunità, quella degli italiani di Tunisia, costretti progressivamente a scegliere se restare o partire. Il romanzo è ambientato tra il 1959 e il 1961, in un momento di profonda trasformazione per la Tunisia, dopo l’indipendenza e la fine del protettorato francese. Cambiano le scuole, la lingua, le abitudini e lentamente cambia anche il senso di appartenenza. Bianchini ha raccontato di essere cresciuto proprio dentro questo «mixer stranissimo»: da una parte le origini toscane del padre, dall’altra quelle tunisine della madre. «Ho sempre amato mia madre, ma ero come mio padre», ha detto, scoprendo soltanto oggi quanto invece alcuni aspetti del suo carattere, a cominciare dalla malinconia, lo avvicinassero invece a lui.
Nel romanzo la madre diventa Anna, un nome scelto con il suo consenso, mentre altri personaggi sono stati costruiti a partire dai racconti delle zie e dalle memorie familiari. E accanto ai personaggi reali della famiglia compaiono figure che appartengono alla storia di quel mondo, come Claudia Cardinale, che frequentò la stessa scuola della protagonista. La grande attrice diventa così anche un simbolo di quell’identità tunisina che, per gli italiani partiti da Tunisi, rischiava di perdersi una volta arrivati in Italia. «Mia madre ha sempre detto: sono di Tunisi come Claudia Cardinale», ha raccontato Bianchini.

Una frase che racchiude il bisogno di rivendicare un’appartenenza, quella a una terra che non era semplicemente un luogo di nascita, ma un pezzo della propria identità. Particolarmente suggestivo è il ricordo della madre che, ogni mercoledì, saliva sul tetto per guardare le navi partire verso l’Italia. Un’immagine che apre anche il romanzo e che restituisce il senso di una partenza che non era soltanto geografica. Era l’inizio di una separazione, di una nuova vita, ma anche la consapevolezza che qualcosa sarebbe rimasto dall’altra parte del mare. Bianchini ha raccontato di aver compreso soltanto attraverso la scrittura quanto quella storia appartenesse anche a lui.
«Ho scoperto adesso realmente che sono figlio di una profuga», ha detto, spiegando che in famiglia non si era mai usata quella parola. La madre raccontava semplicemente che da Tunisi erano partiti prima per Palermo e poi per Napoli. E proprio questo recupero della memoria sembra essere uno dei significati più profondi del libro. «Meno male che ho scritto questo libro. Altrimenti mi sarei perso veramente una cosa importante della mia vita», ha raccontato l’autore. Perché scrivere «Le ragazze di Tunisi» non ha significato soltanto costruire un romanzo, ma recuperare una parte della propria storia familiare prima che andasse perduta.

Una ricerca che ha avuto anche conseguenze inattese. Bianchini ha scelto di conservare nel libro molti nomi reali, convinto che, essendo trascorso tanto tempo, non avrebbe creato problemi. Invece, dopo la pubblicazione, alcuni discendenti dei personaggi raccontati hanno iniziato a contattarlo dalla Francia e persino dall’isola della Réunion, chiedendo di poter leggere il libro e riconoscendo nelle pagine storie familiari che sembravano ormai lontanissime. Così una vicenda privata è diventata una storia capace di attraversare generazioni e confini.
Una storia di chi parte, di chi resta, di chi ritorna attraverso la memoria. Ed è forse proprio questo il senso della rassegna inaugurata a Roddino: raccontare le partenze non soltanto come spostamenti geografici, ma come passaggi della vita. Perché qualche volta si parte per necessità, altre volte per scelta. E qualche volta, come è accaduto a Luca Bianchini, bisogna partire molti anni dopo attraverso le fotografie, i ricordi e le parole, per scoprire finalmente da dove si è arrivati.
