“Polipolide”: l’arte dell’albese Eugenio Tibaldi al castello di Perno

"Polipolide": l'arte dell'albese Eugenio Tibaldi al castello di Perno
L'opera permanente di Tibaldi sulla facciata del castello.

di Serena Corradi

MONFORTE – «Cerca una relazione fra l’abitare, il luogo e il vivere il territorio in maniera diversa»: così parla Eugenio Tibaldi di “Polipolide”, la personale che l’artista ha allestito al castello di Perno, a Monforte, aperta sabato scorso e visitabile fino al prossimo 30 maggio.

La mostra nasce dal dialogo con Gregorio Gitti e Francesca Bazoli, proprietari della residenza che già fu sede della casa editrice Einaudi. La relazione con l’artista era iniziata alcuni anni fa, quando una sua opera era stata collocata sulla facciata. Ora i lavori entrano nelle stanze, comprese alcune di norma non accessibili, in un percorso senza un itinerario prestabilito, che lascia al visitatore la libertà di esplorare gli ambienti.

"Polipolide": l'arte dell'albese Eugenio Tibaldi al castello di Perno 1
Foto Enzo Mastrangelo.
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Foto Enzo Mastrangelo.
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Foto Enzo Mastrangelo.
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Foto Enzo Mastrangelo.

«La generosità di Gregorio e Francesca è di aprire le porte di un castello privato un po’ a tutti», sottolinea Tibaldi. «È un momento prezioso per le persone del luogo, che possono vedere non solo una mostra, ma anche un luogo e un modo di interpretare un’architettura così importante. Spesso questi edifici diventano grandi alberghi o strutture di quel tipo. Loro hanno cercato di conservare buona parte degli arredi originali e le tracce della storia di quello che è stato il luogo dove Giulio Einaudi dialogava con grandi scrittori e si prendevano le decisioni sulla linea editoriale». Tra le opere a cui Tibaldi è più legato c’è proprio quella sulla facciata del castello. «Quel lavoro per me ha qualcosa di molto bello perché davvero sancisce un legame con l’edificio, il territorio, la storia, la natura».

L’intervento rielabora le tradizionali grondaie in rame, trasformandole in diramazioni che ricordano una pianta d’avena. Alle estremità, dei piccoli faretti illuminano parti dell’edificio nelle ore serali. L’idea è nata osservando le deviazioni irregolari dei tubi installati sulle facciate degli edifici di Napoli, che l’artista ha associato alle forme delle piante infestanti.

«È una mostra particolare: di norma lavoro su progetti specifici, mentre in questo caso, pur essendo le Langhe e Alba la mia terra, non ci ho mai lavorato», dice Tibaldi. «Ho pensato che fosse interessante prendere spunti di lavoro colti in territori in cui ho vissuto e ricercato per portarli dove sono nato».

Dall’hinterland di Napoli, dove Tibaldi ha avviato la sua indagine sulle periferie e le dinamiche tra economia e paesaggio, fino alle tappe internazionali a Istanbul, Il Cairo, Berlino, L’Avana e Mumbai, l’artista albese – classe 1977, già allievo del liceo Gallizio, con casa a Torino – ha costruito un percorso espositivo approdato in istituzioni come il Madre di Napoli, il Maxxi di Roma e la Biennale di Venezia nel 2019. L’arte di Tibaldi viene portata dal mondo alle Langhe, creando un dialogo tra luoghi e realtà differenti. «Sono diversi nuclei di lavori, anche scollegati fra loro, che permettono allo stesso tempo di scoprire delle aree del castello che normalmente sono private e vedere gruppi di opere anche molto diverse create nel corso degli anni».

«L’arte credo che sia forse il lavoro più bello e più complesso al mondo», chiosa Eugenio Tibaldi. Una passione che diventa un modo di attraversare la vita, interrogandosi sul mondo e cercando sempre nuove forme e luoghi per raccontarlo.

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