Lo spacciano per cambiamento, ma si tratta di un pasticcio

Se non ci fosse di mezzo il destino dell’Italia, sarebbe tutto da ridere. Per non piangere. Siamo alle comiche. E, purtroppo, è solo l’inizio. Al primo atto degno di nota, il Governo gialloverde “toppa”. Clamorosamente. Cetto La Qualunque se la sarebbe cavata meglio. Dopo i decreti con “i puntini sospesi”, l’“obbligo flessibile” sui vaccini, il via libera a disegni di legge “salvo intese”, la “prospettiva diversa” che equipara 600 milioni di euro a 1 miliardo e 700 milioni nella nota congiunta Tria-Salvini… ci mancavano solo i “testi taroccati” della manovra finanziaria.

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Così, dal “condonino pace fiscale” emerge un “maxicondono tombale”. Che premia disonesti ed evasori. E fa la guerra a chi le tasse le paga davvero. Operazione moralmente illecita. Colpevole  un’ignota manina, politica o tecnica. Che costringe il vicepremier 5 stelle a lanciare accuse e sospetti. Contro una congiura di Palazzo, da smascherare con un esposto alla Procura della Repubblica. Deciso a non firmare il documento inviato al Quirinale. Dove, però, non è mai arrivato. Un decreto “a sua insaputa”, hanno ironizzato le opposizioni. Facendosi beffe di Gigino Di Maio, che non legge o non comprende quel che approva.

C’è una vocazione al pasticcio, che è di tutto il Governo. Improvvisazione e inesperienza. Da esorcizzare, di volta in volta, con un capro espiatorio: l’Europa, la Banca d’Italia, l’Istat, il presidente dell’Inps, i “giornaloni”. Sono loro a remare contro. E a offuscare i momenti storici del cambiamento. Quei “salti di quaglia”, festeggiati dai balconi o sui barconi. Sceneggiate da “dilettanti allo sbaraglio”. Avventurismo politico spacciato per coraggio. Tra un compromesso e l’altro. Con l’arroganza di sempre, cui s’è aggiunto il delirio d’onnipotenza.

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Un monito, finalmente, è giunto dal Colle. «La storia insegna», ha ricordato Mattarella, «che l’esercizio del potere può provocare il rischio di fare inebriare». Parlava ad alunni in visita al Quirinale. E lo faceva da garante della Costituzione e delle istituzioni. Ricordando che la divisione dei poteri è alla base della democrazia. «Un salutare ripasso sugli equilibri della Costituzione», ha scritto Massimo Franco sul Corriere della sera. Per altri è stata una “tiratina d’orecchie”. Un colpo di freno agli eccessi verbali dei Dioscuri. Alla loro pretesa d’essere gli “unti” del popolo. Legittimati a tutto dalla sovranità popolare. Singolare concezione di democrazia. O, meglio, ignoranza di pesi e contrappesi previsti dalla Costituzione. «Nessuno, da solo, può avere troppo potere», ha ammonito il presidente della Repubblica. «C’è un sistema che si articola nella divisione dei poteri, nella previsione di autorità indipendenti, autorità che non sono dipendenti dagli organi politici. Ma che, dovendo governare aspetti tecnici, li governano prescindendo dalle scelte politiche, a garanzia di tutti». Una lezione di democrazia.Lo spacciano per cambiamento, ma si tratta di un pasticcio 2

Le buone intenzioni, forse, non mancano al Governo. Sulla lotta alla povertà e contro privilegi e ingiustizie. Ma a problemi reali seguono provvedimenti “elettorali”. Di propaganda. Con stile rancoroso, di rivalsa. Così, il Governo del cambiamento affossa il modello Riace. Revoca i finanziamenti al Comune calabrese e riduce i permessi umanitari. E gli immigrati costretti ad andar via. Una “deportazione” forzata, spacciata per “volontaria”. E Mimmo Lucano, dopo gli arresti domiciliari, condannato all’“esilio”. A mendicare un alloggio, fuori Riace. Cavilli legali disarticolano il modello ammirato nel mondo. La burocrazia, nel caso solerte, asseconda l’aria che tira. Che è contraria agli immigrati. Un accanimento insolito. Del tutto assente nella lotta a ‘ndrangheta e malavita organizzata.

«Chi sbaglia paga», ha detto il ministro dell’Interno, riferendosi a Riace e al suo sindaco. «Non si possono tollerare irregolarità nell’uso dei fondi pubblici». Un pulpito davvero inadeguato, il suo. È leader di un partito, la Lega, che deve restituire allo Stato 49 milioni di euro truffati agli italiani. E che una generosa sentenza gli ha permesso di restituire in 80 anni.

Dopo Riace, l’onda lunga xenofoba tocca più parti d’Italia. A Lodi una delibera della sindaca leghista, Sara Casanova, complica la vita a centinaia di bambini stranieri. Per un documento sui beni di possesso nei Paesi d’origine. Spesso impossibile da ottenere. Un pretesto che estromette i bambini dalla mensa scolastica. Costringendoli a mangiare da soli, appartati. Becera speculazione sulla pelle dei piccoli. Ostaggi di una politica disumana. E anche stupida, controproducente. Un’aparheid indegna di un Paese civile. Che si riscatta con un sussulto di umanità. Grazie a generosi donatori. Un  boom di donazioni, 80 mila euro in pochi giorni, permette ai bambini di tornare alla mensa. A condividere il pasto assieme ai compagni. Il Paese reale è meglio di chi lo governa e amministra. Più solidale e accogliente.Lo spacciano per cambiamento, ma si tratta di un pasticcio 1

Ma la barbarie si ripete. A Varese una donna italiana non si fa servire alla cassa da un giovane ghanese,  Emanuel. Molla i prodotti e va via imprecando e insultando. «Non voglio essere servita da un negro», ha detto. E gli ha pure lanciato una lattina di birra addosso. A Emanuel, però, non è mancata la solidarietà. Altri cittadini si sono recati al punto vendita per salutarlo. E il sindaco, Davide Galimberti, è andato a fare la spesa lì, per scusarsi e solidarizzare. Le stesse scuse che avrebbero meritato anche i bambini  di Lodi.

Altro episodio di razzismo su un pullman da Trento a Roma. Una  donna s’è rifiutata di far sedere accanto a sé, nel posto assegnato, un giovane senegalese. «Qui no», ha inveito. «Vai via, vai in fondo. Sei di un altro colore e di un’altra religione». Mamadou, questo il nome del senegalese, da quindici anni vive e lavora a Bolzano. Aveva un regolare biglietto. Agli insulti della donna, è scoppiato a piangere. «Non faccio nulla di male», ha detto. «Non sono cattivo. Voglio solo sedermi e riposare, perché sono stanco».  Ma a Castellaneta Marina, in provincia di Taranto, un giovane migrante del Gambia, 22 anni, s’è tolto la vita, impiccandosi a casa di alcuni connazionali. Gli era stato negato l’asilo internazionale. Troppo forte la delusione. O, forse, la vergogna per un sogno infranto. Per il Viminale era un depresso. Tornerà al suo Paese in una bara. Rimpatrio pagato dalla solidarietà degli amici.

Un assurdo clima xenofobo ha cancellato lo ius soli. O lo ius culturae. Dopo anni di dibattiti e lotte. A nessuno pare interessare la cittadinanza ai bambini figli di immigrati, nati in Italia. Risorsa che un’Italia vecchia e sterile continua a ignorare. Volutamente. Per incivili calcoli, che antepongono i consensi elettorali al bene di questi “italiani di fatto”. Vero autolesionismo. Nessun problema, invece, per i “neri di successo”. Come Miriam Sylla, figlia di ivoriani, e Paola Egonou, figlia di nigeriani, le due atlete italiane di colore, che hanno portato l’Italia ai vertici mondiali della pallavolo.

Tra i capri espiatori non poteva mancare la stampa. Almeno, quella libera e autonoma. Il Governo gialloverde, presto, cancellerà le sovvenzioni di Stato per testate no profit o appartenenti a cooperative. Dal quotidiano Avvenire a molti settimanali diocesani, spesso con più di cent’anni di vita. Voci preziose, radicate nel territorio. Un patrimonio inestimabile. Privati dei sessanta milioni di contributi. Una cifra esigua per i bilanci dello Stato. Il corrispettivo di un euro all’anno, se spalmata su sessanta milioni di italiani. Decisione assurda, che penalizza un’editoria già in crisi. Mettendo a rischio migliaia di posti lavoro. Il Governo del cambiamento ha fatto proprio il motto di Erdogan, primo ministro turco: «I media sono incompatibili con la democrazia».

«Se questo è l’intendimento», ha detto Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, «tutto il sistema della stampa del territorio e dei giornali italiani si dovrà misurare con un fatto nuovo, grave, che comporta una lesione al diritto d’essere informati con una pluralità e con una modalità di voci». Ha poi aggiunto: «È una misura al passo con il tempo nuovo della politica, che arriva dopo gli attacchi alla stampa e le minacce di chiudere l’Ordine dei giornalisti. Non vorrei pensare male. Tuttavia, resta il sospetto che si vogliano eliminare le voci critiche. La biodiversità editoriale è un valore da salvaguardare in democrazia. Spero ci ripensino». Siamo al regolamento dei conti, per notizie sgradite al Governo. Una ghigliottina  al pluralismo e alla libertà di critica. Un vero paradosso: tagli rigorosi all’editoria e condoni generosi a chi froda lo Stato.

Nel frattempo, il Paese s’impoverisce. E di molto. Lo dice il Rapporto Caritas 2018. In Italia, negli ultimi decenni, i poveri sono aumentati del 182 per cento. In un solo anno, dal 2016 al 2017, sono passati da 4 milioni e 700 mila a 5 milioni e 58 mila. «Un esercito di poveri in attesa, che non sembra trovare risposte», ha commentato don Francesco Soddu, direttore Caritas. Risposte che, di certo, non troveranno nel reddito di cittadinanza. Assistenzialismo puro, sconnesso da un programma di crescita e di sviluppo sostenibile. Che creerà più poveri e più disuguaglianze. Sui giovani graveranno ulteriori debiti. E i Centri per l’impiego, pur rinnovati e potenziati, non avranno posti di lavoro da offrire. La manovra di bilancio è elettorale. Non a favore di poveri e giovani disoccupati. Guarda alle prossime elezioni. Non alle prossime generazioni.

«L’obiettivo da raggiungere non è il reddito per tutti, ma il lavoro per tutti», ha detto papa Francesco a Genova, nel maggio 2017. «I giovani non hanno bisogno di sussidi, ma di responsabilità. A loro servono gli ingredienti per cucinare, non i piatti già pronti dei padri». La saggezza popolare l’aveva compreso da tempo: «Dai un pesce a un uomo e lo nutrirai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo nutrirai per tutta la vita». Governo del cambiamento? Di sicuro, per alcuni. Per gli amici, i compagni di scuola e i paesani,  riciclati nei ministeri pentastellati. Con alti stipendi. Dalla padella alla brace. O, meglio, dal “giglio magico” fiorentino al “circoletto vesuviano” di Gigino Di Maio. Cambiamento? Sì, in peggio.

Don Antonio Sciortino
Don Antonio Sciortino

Antonio Sciortino,
già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale 

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