Vinicio Albanesi e la necessità d’essere inquieti

Vinicio Albanesi e la necessità  d’essere inquieti

L’INTERVISTA Vinicio Albanesi è un presbitero, presidente della comunità Capodarco a Fermo e, insieme a don Luigi Ciotti, ha fondato il Coordinamento delle comunità di accoglienza. Il 19 ottobre è stato ad Alba per una lezione al Corso di formazione sociale, quest’anno dedicato alle celebrazioni per i quarant’anni dell’elezione di papa Giovanni Paolo II.

Nel suo blog ha parlato della necessità di inquietudine, sentimento potente e da valorizzare.

«Siamo stati abituati ad ascoltare verità, la dottrina, l’orientamento. Le grandi verità. Prendiamo l’esempio della Chiesa cattolica. Questo lo ha detto Dio, quest’altro il parroco, dunque non viene messo in discussione. Diventando adulti però capiamo che non tutto quello che abbiamo ascoltato dal punto di vista intellettuale è per forza vero. Il mondo cambia, con esso le idee. L’inquietudine ci consente di leggere la realtà con accuratezza, evitando esagerazioni o irrigidimenti».

Come questa inquietudine può aiutare nello sviluppo di un pensiero sociale e politico evoluto?

«Qualche decennio fa gruppi di donne erano arrabbiate, chiedevano parità di trattamento. Allora si minimizzava, si dissentiva, buttando tutto a mare. Oggi le verità pronunciate da quei gruppi femministi sono riconosciute da tutti. Allo stesso modo i primi gruppi ecologici e ambientalisti erano considerati fuori di testa: oggi la maggioranza ha acquisito quei principi e si comporta di conseguenza. Questa inquietudine alla base di grandi rivoluzioni vale anche per la fede e il concetto di famiglia. Si fa presto a dire “le convivenze non vanno bene”, “i matrimoni tra divorziati non sono ammissibili”, ma l’inquietudine del pensiero ci aiuta a leggere tra le righe e trasformare questi preconcetti rigidi».

Non tutti nelle istituzioni la pensano a questo modo.

«Nel caso della Chiesa esistono posizioni dottrinali e gerarchiche, sembra che l’immobilismo imperi. Non è così ovunque. I parroci capiscono le storie, stanno a contatto con le persone, hanno idee differenti. Dietro ogni individuo esistono verità nascoste, profonde, che solo il Signore potrà giudicare».

Chi sa pensare in maniera differente, però, sovente sperimenta solitudine.

«Chi esercita un pensiero inquieto (nel senso positivo del termine, come dicevamo prima) genera diffidenza e si trova sovente solo. Bisogna avere pazienza. Attraverso il disagio – lavoro ogni giorno a contatto col disagio – si intuiscono le tendenze, si capisce quando una verità è autentica. C’è chi si oppone, cerca di demolire la tua persona invece che i contenuti che vuoi trasmettere, ma prima o poi gli eventi faranno il loro corso».

Sembra essere ottimista sul futuro.

«La civiltà è in decadenza. I bambini non nascono, la gente è godereccia e narcisista. Bisogna essere pazienti, perché la natura non dimentica e si vendica, rimette a posto le cose. L’ambiente ad esempio: i danni inflitti ritornano all’uomo sotto forma di malattie prima inesistenti come cancro, Alzheimer. Ma le coscienze si stanno svegliando. La riscoperta dei menù mediterranei, i veicoli elettrici. Segni di qualcosa che si muove. Pian piano la natura rimette in ordine le cose».

Matteo Viberti

 

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