Neet: anche nel Cuneese un giovane su sei non studia e neppure lavora

Neet: anche nel Cuneese un giovane su sei non studia e neppure lavora

Tra il 2004 e il 2018 i Neet nostrani passano dall’11,2% (poco più di uno su dieci) al 16,5% (uno su sei) e il tasso di occupazione giovanile (fascia 15-29enni) diminuisce dal 58,6 al 44,3%

ALBA Economia e politica sono oggi il riflesso anche dei venti emozionali che attraversano le popolazioni. La paura e la speranza, l’ottimismo e il senso di fiducia condizionano infatti il mondo. A inizio giugno, a partire dal 2013, l’Istituto nazionale di statistica pubblica gli indicatori Bes – Benessere equo e sostenibile – delle province: salute, istruzione, lavoro, ambiente. La tesi Istat è che il progresso di una società non si valuta solo dal punto di vista economico, ma pure sociale e ambientale.

Emerge così – attraverso l’analisi dei dati Bes e il loro confronto temporale (dal 2004 al 2018) – per la Granda il ritratto di una provincia “mutaforma” che negli ultimi dieci anni è maturata sotto molteplici punti di vista, ma è regredita su altri. Si delinea un territorio ricco, incerto, volubile e cangiante: come se gli anni di crisi avessero stralciato l’identità collettiva, rendendola più vulnerabile ai venti del momento.

In provincia di Cuneo le persone con almeno il diploma come titolo di istruzione sul totale della popolazione passano dal 43,7 per cento del 2004 al 55,4 per cento del 2018 (in Italia il trend è migliore: dal 48 al 61 per cento). I laureati a Cuneo transitano dall’11,8 al 24,6 per cento, mentre in Italia aumentano dal 14 al 27 per cento. Sebbene il livello medio di formazione risulti cioè in via di miglioramento, nella nostra provincia la scolarità si attesta su livelli inferiori rispetto allo standard italiano.

La predisposizione al lavoro manuale – e la sua forte reperibilità – condiziona le scelte sull’investimento immateriale ovvero la scommessa sulla conoscenza, la scienza, l’arte e la cultura. Il dato più incisivo riguarda i cosiddetti Neet, giovani che non lavorano né studiano: tra il 2004 e il 2018 passano dall’11,2 per cento del totale (poco più di uno su dieci) al 16,5 per cento (uno su sei).

Sembra che la congiuntura abbia prodotto una disaffezione alla vita, perlomeno nei ranghi di una fascia di popolazione più fragile. Anche il tasso di occupazione giovanile (15-29enni) diminuisce, passando dal 58,6 al 44,3 per cento.

In parallelo, aumenta tuttavia il tasso d’occupazione dei 20- 64enni: dal 72,6 al 73,9 per cento. Il sistema sembra aver penalizzato i ragazzi, costringendoli alla subordinazione rispetto agli “anziani”. In effetti, nel periodo, scende pure il numero degli amministratori pubblici con meno di 40 anni. Erano il 34 per cento, sono arrivati al 26. E i giovani appaiono rannicchiati, genuflessi.

Matteo Viberti

La vita media s’allunga, eppure si muore troppo in auto

Secondo Istat i cuneesi migliorano la speranza di vita: il dato passa da una media di 80,4 anni per chi è nato nel 2004 a  82,5 anni per quanti sono venuti alla luce nel 2017. In Italia il trend è di poco più elevato (80,7 e 82,7): a giocare un ruolo sono le consapevolezze alimentari e sanitarie, gli stili di vita più sani e le innovazioni tecnologiche. Un numero in discesa positiva è poi la mortalità per tumore, che passa da 11,7 a 8,3 punti nel 2016 (di poco più elevato nel Paese). Pur se la vecchiaia – va detto – può risultare patologica, con il correlato carico di sofferenza. Sul versante negativo sono protagoniste le strade, un fantasma storico e ricorrente nella biografia del territorio.

La mortalità per incidenti passa da un tasso di 3,8 a un tasso di 1 per 10mila abitanti, registrando quindi un’incoraggiante diminuzione (anche se nell’ultimo anno di rilevazione, rispetto ai due precedenti, si verifica di nuovo un raddoppio del dato legato ai sinistri). Tuttavia, in Italia i numeri sono sensibilmente più contenuti: 1,8 nel 2004 e 0,7 per 10mila abitanti nel 2018. In altre parole, se la situazione appare nel complesso nella Granda in miglioramento, rimane da considerare (per trovare decisive soluzioni) come nella nostra provincia, anche a causa della conformazione del tessuto stradale,
si muoia ancora più che nel resto del Paese.

22mila euro in media in tasca contro  i quasi 21 e mezzo del resto dell’Italia

“Nella provincia di Cuneo, dicono gli indicatori Bes di Istat (si veda il servizio di queste pagine), la retribuzione media annua dei lavoratori dipendenti è pari a 22.083 euro. In Italia è di 21.462 euro. Sempre nella Granda il patrimonio pro capite è pari a 212mila euro, molto più elevato che nel resto del Paese, dove il dato arriva appena a 153mila euro. Significa che in provincia la ricchezza, almeno nei suoi valori quantitativi di base, vale circa il 40% in più che nel resto d’Italia. Questo spiegherebbe la sensazione collettiva di vivere in un luogo, almeno dal punto di vista più meramente economico, privilegiato rispetto all’attorno. Eppure, come spiega il ricercatore Ires nell’intervista qui sotto, l’indice di distribuzione della ricchezza non è omogeneo. Le risorse sembrano infatti essere nelle mani di pochi.

I delitti violenti diminuiscono, eppure la gente ha più paura

“Nel periodo 2004-2018, i delitti violenti denunciati passano da 11,7 per 10mila abitanti a 9,4, andando a sconfessare gli stereotipi sui pericoli circolanti e le politiche fondate sulla paura del diverso. Spiega Maurizio Maggi di Ires Piemonte: «Abbiamo ormai ben capito che non esiste correlazione tra percezione della sicurezza e numero effettivo di reati commessi in una società.  In altre parole, la paura può essere talmente forte da incidere sulla rappresentazione della realtà, distorcendone anche i dati veri».

Un Paese che fugge: abbiamo perso ben 10.500 laureati in un solo anno

“Stefania Taralli è la ricercatrice che per Istat ha curato il rapporto Bes. Uno dei principali punti emersi dall’analisi riguarda i giovani. Spiega Taralli: «La mobilità dei giovani laureati italiani, seppure in maniera indiretta, dimostra le differenti opportunità di occupazione qualificata che connotano i territori. Nel 2017 il saldo per l’Italia è in perdita: sono circa 10.500 i giovani tra i 25 e i 39 anni che hanno trasferito la propria residenza all’estero (–4,1 per mille). Considerando anche i flussi interni, oltre a quelli da e per l’estero, il panorama territoriale rimane estremamente polarizzato, con il Mezzogiorno che nello stesso anno vede emigrare in media 23 laureati ogni mille residenti, il Centro dove il saldo è soltanto lievemente negativo (–3 per mille) e il Nord che invece è l’unica area a registrare un saldo positivo (+8 per mille). La penalizzazione dei territori meridionali è generalizzata ma evidenzia forti differenze tra l’uno e l’altro». Siamo insomma, nel Nord, una perla in un panorama molto difficile.
Per citare le parole dello scrittore Erri De Luca, viviamo oggi in «un Paese in via di evasione». Altro che “invasione”, come vorrebbero le recenti propagande politiche.  I giovani abbandonano una terra considerata poco propensa a valorizzarli, mentre le preoccupazioni dei gestori dello Stato si fermano sulla protezione dei confini nazionali.

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