L’ambiente è al centro: il Piemonte alla sfida dello sviluppo sostenibile

L’INTERVISTA Marco Sisti è il direttore di Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) Piemonte. Con lui approfondiamo i principali dati emersi dalla Relazione annuale sulla regione presentata il 21 giugno a Torino.

Che cosa accade in Piemonte dal punto di vista occupazionale, direttore?

«L’occupazione aumenta di 12mila unità nel 2018, ma registra un trend negativo nel secondo semestre. La disoccupazione scende di un punto: dal 9,1% all’8,2%: 18mila disoccupati in meno».

Sembra incoraggiante. Si nascondono retroscena dietro questi dati positivi?

«La scuola ha fatto molto per alzare il livello di competenze dei piemontesi, ma nel mercato del lavoro potrebbe emergere un fenomeno chiamato low skill: la disoccupazione diminuisce perché i più qualificati vanno altrove, sostituiti da persone dequalificate disponibili a remunerazioni più modeste. Inoltre, i segnali recenti sono negativi, con la produzione industriale del primo trimestre 2019 a -0,4% rispetto allo stesso periodo del 2018. In calo anche ordinativi, fatturato e grado di utilizzo degli impianti».

L’ambiente è al centro: il Piemonte alla sfida dello sviluppo sostenibile

Quali sono le priorità politiche e sociali, considerando questi dati?

«Se illudiamo una generazione con la visione di un futuro che si rivela diverso da quanto promesso, potremo causare frustrazione e persino rancore, ma possiamo sempre sperare nel perdono di quelle persone o della generazione successiva. Se invece perdiamo lo scudo di ozono oppure il cambiamento climatico supera un certo limite, non sarà possibile tornare indietro. Nemmeno dopo molte generazioni. Per questo le comunità umane – mentre cercano una transizione verso nuovi assetti, abbandonando quelli che i driver globali hanno reso traballanti – devono tenere presenti vincoli e obiettivi di tipo economico, sociale e ambientale. Ma questi ultimi occuperanno sempre il centro della scena».

Viviamo un cambiamento epocale, senza precedenti.

«I fenomeni globali di trasformazione – demografia, tecnologia o cambiamento climatico –, così come i terremoti geopolitici contemporanei, stanno mettendo in crisi i vecchi assetti, costringendoci a cercarne altri. Dobbiamo dunque puntare a uno sviluppo che consenta di adattarci al mondo, senza diminuire l’attuale livello di benessere. La crescita lenta viene spesso indicata come una delle patologie della nostra economia, ma c’è un aspetto ancor più insostenibile: quando si cresce spesso aumentano le distanze fra primi e ultimi».

Sara Elide

In dieci anni è raddoppiato il numero dei poveri: da 57.300 famiglie a 112mila

“Anche in Piemonte il reddito netto delle famiglie è diminuito di circa il 12% tra il 2007 e il 2016. Spiega il ricercatore Ires Vittorio Ferrero: «Soltanto a partire dal 2013 il reddito ha ricominciato a crescere, sebbene con una variazione inferiore a quella media nazionale. Le oscillazioni hanno portato a circa 28mila euro il budget familiare, mostrando nel 2016 rispetto al 2013 un recupero di circa 450 euro».

Ma i numeri non spiegano lo stato di salute individuale né quello di una società, perché mentre la media salariale, retributiva o patrimoniale può oscillare in alto o in basso, esiste una base di lavoratori e disoccupati che al fondo della piramide annaspa. Conferma la ricercatrice Ires Daniela Nepote: «Tra il 2007 e il 2015 l’incidenza della povertà assoluta è aumentata in Piemonte dal 2,9% al 5,6%. Il numero di famiglie in condizione di povertà è passato da 57.300 a circa 112mila, con un incremento di poco meno di 55mila nuclei. Secondo l’indagine Eu-Silc del 2015 gli individui in povertà assoluta sono in Piemonte circa 284mila, un milione e 770mila da noi stimati nell’intero Nord Italia».

Come sovente accade, sono i migranti ad accumulare nella loro condizione tutta la fragilità in una società lontana dall’integrazione. Prosegue infatti Nepote:  «Le stime indicano per i nuclei con capofamiglia di nazionalità non italiana un’incidenza di povertà pari al 20,5%, una percentuale che è al 4% in quelli italiani. Per una famiglia immigrata la probabilità di essere in difficoltà sarebbe quindi nella nostra regione ben cinque volte superiore rispetto a quelle con capofamiglia nato nel Paese». Siamo una società che dietro l’apparenza del benessere cela un esoscheletro in grave difficoltà. Conclude infine il ricercatore di Ires Piemonte Santino Piazza: «Il modello di sviluppo al quale la nostra regione è stata tradizionalmente legata ha perso negli ultimi anni sostenibilità: nonostante gli elevati livelli di benessere, molti indicatori evidenziano un’erosione. Il sistema economico mostra scarsa o comunque insufficiente capacità di resilienza rispetto ai nuovi scenari che si stanno delineando. Questo dato potrebbe portare a una ancora più incisiva perdita dei livelli di benessere. La situazione comporta un marcato peggioramento delle condizioni reddituali nella fascia bassa, ma anche nella parte più agiata».

Ha lo status di rifugiato lo 0,2 per cento della popolazione

“Il ricercatore di Ires Enrico Allasino si addentra in una tematica spinosa. Il clima politico è permeato da una condanna, una sorta di “caccia” a chi proviene dall’esterno dei confini nazionali e che viene identificato come causa del male collettivo, della nostra dificoltà a stare sempre meglio. Eppure i numeri parlano di una minoranza migrante molto contenuta rispetto alla “ingenua” rappresentazione che ne fa la propaganda politica, accettata dalla gente. Spiega Allasino: «In Piemonte all’inizio del 2018 gli stranieri residenti erano 423mila, pari al 9,7% della popolazione. Quasi la metà risultava composta da cittadini provenienti dall’Unione europea: i soggiornanti non comunitari erano 258mila. Il 14% di queste persone risiede nella provincia di Cuneo». Nella regione vive una vasta rappresentanza del mondo, di geografie e culture eterogenee: 172 Paesi. La nazionalità più numerosa è la romena, seguita dalla marocchina e dall’albanese, per arrivare ai cinesi e ai peruviani.

La maggioranza di queste persone ha tra i 30 e i 39 anni, mentre gli immigrati entrati attraverso la richiesta di asilo coi nuovi flussi – con i loro viaggi drammatici per deserto e per mare – sono per il 60% compresi nella classe di età tra i 18 e i 25 anni. I minori non accompagnati in Piemonte, al 28 febbraio 2019, sono 376, il 3% circa dei presenti in Italia.

Un’altra ricercatrice Ires, Giulia Henry, contribuisce a completare il quadro: «La presenza di immigrati nella nostra regione è cresciuta fino al 2013, per poi stabilizzarsi. Il 61,7% degli stranieri residenti ha un permesso di soggiorno di lunga durata. I permessi a termine sono invece per il 42,8% per motivi di famiglia, per il 30,6% per lavoro, per il 19,2% per richiedenti asilo o titolari di protezione e una quota residuale per altri motivi». Ecco qui dimostrato che i richiedenti asilo ricoprono solo una minoranza della componente immigrata della popolazione sabauda. Prosegue Henry: «Dai dati del Ministero dell’interno (2019), in Piemonte i richiedenti asilo e i titolari di protezione ospitati nelle strutture di accoglienza sono 10.428, lo 0,2% della popolazione piemontese. A gennaio 2019 il 12,9% è stato collocato in centri di accoglienza a Cuneo».

L’11% degli occupati e 52mila imprenditori sono immigrati

Il principale snodo teorico emerso dalla relazione Ires sul Piemonte sul fronte dell’immigrazione riguarda la questione che potremmo definire “compensativa”, ovvero il ruolo fondamentale che la popolazione immigrata gioca nel tenere insieme i mattoni della nostra società.

Spiega la ricercatrice Roberta Valetti: «Nel nostro Paese il saldo tra nati e morti è negativo quasi ininterrottamente dal 1993. Senza migrazioni si stima un calo della popolazione del 17% da qui al 2050. Dal punto di vista economico in Piemonte nel 2017 gli stranieri occupati rappresentavano l’11% del totale regionale e avevano prodotto l’8,8% del Pil (Prodotto interno lordo), pari a 10,2 miliardi di euro». E prosegue: «In regione sono circa 52mila gli imprenditori immigrati, in crescita negli ultimi cinque anni del 7,6% (a fronte di un calo di quelli italiani del 9,2%)». Eppure queste risorse risultano a rischio: «L’Istat rileva un potenziale di povertà o esclusione sociale doppio per le famiglie con almeno un componente straniero (49,5% del totale) rispetto a quelle di soli italiani (26,3%). Anche il Ministero del lavoro conferma che la quota di famiglie prive di fonti di sostentamento nel 2017 era quasi doppia tra le famiglie immigrate rispetto alla media nazionale: 13,5% per le famiglie di cittadini Ue e 13,4% per quelle di soli extracomunitari, a fronte di una media nazionale del 7,6».

A queste criticità si aggiunge il potenziale negativo del decreto Salvini, entrato in vigore a ottobre 2018. Conclude la ricercatrice: «Tra gli effetti emerge la dinamica dell’irregolarità: migliaia di titolari di protezione umanitaria arrivati in Piemonte dopo la crisi nordafricana del 2011 rischiano di non riuscire a convertire il permesso di soggiorno per protezione umanitaria – abolito dal provvedimento – in permesso per studio o lavoro. Inoltre, si prospettano problemi sul fronte occupazionale dei nativi: sono italiani, per lo più giovani, la maggior parte degli occupati nei servizi all’integrazione. Hanno posti qualificati: medici, infermieri, avvocati, psicologi, mediatori culturali. A livello nazionale si stima per loro una perdita da 36mila a 18mila posti di lavoro».

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