Dio chiama una comunità tutt’altro che santa

PENSIERO PER DOMENICA – II TEMPO ORDINARIO – 19 GENNAIO 2020

Per cogliere il messaggio profondo delle letture bibliche della II domenica del Tempo ordinario bisogna afferrare il senso originario di alcune parole che, entrate nel linguaggio comune, hanno perso la pregnanza del loro significato.

Dio chiama una comunità tutt’altro che santa
Battesimo di Gesù, miniatura fiamminga da un libro d’ore del XVI secolo (Londra, British library).

Le parole con cui si apre la prima lettera ai Corinzi (1,1-3) rivelano la visione paolina delle comunità nate grazie al suo annuncio del Vangelo di Gesù Cristo. Il termine “cristiani” non esisteva ancora. Paolo qualifica i nuovi aderenti alla fede come “fratelli”, “santificati in Cristo Gesù”, “santi per chiamata”. L’identità di ogni credente e di ogni comunità si fonda su questa chiamata. La santità prima che conquista morale è dono gratuito di Dio in Cristo. Solo così si giustifica l’appellativo usato da Paolo, rivolto a una comunità che, come appare dal prosieguo della lettera, era tutt’altro che santa: piena di problemi e alle prese con comportamenti problematici dal punto di vista morale.

“Chiamati” è l’altra parola che dobbiamo riscoprire. Come ci suggeriscono il secondo Isaia (49,3-6) e lo stesso apostolo Paolo, la nostra identità di uomini e di credenti non dipende da noi. Non ci siamo fatti da noi: tutti siamo stati chiamati alla vita, all’intelligenza, alla parola, alla fede. Ciò che siamo, prima che conquista nostra, è dono di qualcun altro e, in ultima istanza, di Dio. Questo giustifica l’enormità del compito che ci è stato affidato: come il servo di Jhwh, anche noi, in Cristo Gesù, siamo chiamati a essere “luce delle nazioni”, a portare la salvezza fino all’estremità della terra.

«L’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo» (Gv 1,29-34). L’appellativo che Giovanni Battista usa per identificare Gesù che il giorno precedente aveva ricevuto il suo battesimo fa riferimento al Servo misterioso di cui aveva parlato il profeta Isaia. Proprio lui, condotto al macello come agnello innocente, come pecora muta, doveva diventare principio di salvezza per tutto il popolo. Non sappiamo se il profeta dell’Antico Testamento avesse in mente un personaggio storico preciso, ma quando è stato scritto il quarto Vangelo, dopo la morte-risurrezione di Gesù, era quasi ovvio applicare a lui questa immagine. La riproposizione liturgica all’inizio di un nuovo anno ci ricorda la nostra identità e la nostra chiamata: è questo agnello che ci ha resi santi e che oggi ci chiama a diventare testimoni e annunciatori del suo Vangelo di salvezza.

Lidia e Battista Galvagno

 

Banner Gazzetta d'Alba