Vini di Langhe e Roero: un mito che scricchiola

Vini di Langhe e Roero: un mito che scricchiola

ECONOMIA «Ho bevuto molto in questi mesi. Non potendo uscire di casa sono rimasto a contatto con me stesso, i miei pensieri, le mie paure accumulate nel tempo e mai ascoltate. Non è facile farlo da soli. Perciò ho iniziato a bere. Era un modo per sentirmi “pieno” e in compagnia».

Così Alessio, 42enne che vive ad Alba, commenta una storia personale che nel 2020 ha preso una piega difficile. In modo analogo molte persone si sono ritrovate a vivere un mondo rovesciato, che ha sollevato durante questo brusco movimento i fantasmi interiori accumulati nel tempo. «Il vino è per me diventato amico, fratello. Oggi so che devo risolvere questa dipendenza, perché rischio di farmi male per davvero. Il vino viene raccontato dalle persone come un elemento allegro, spensierato, leggero. Ma nessuno dice come si possa trasformare in una palude ombrosa da cui uscire è difficile». Per Miriam invece, 25 anni e residente in Alba, il vino è una modalità lavorativa: «Avevo allestito un’attività di visite guidate nelle cantine del territorio. Ero pronta a partire a gennaio dopo aver aperto la partita Iva. Oggi la situazione sanitaria mi obbliga a rivedere i piani per il futuro e a fare i conti con la difficoltà economica. Il vino è labile, solo le grandi cantine detengono il mercato. Per noi piccoli le opportunità rimangono risicate e così gli stipendi». Questi vissuti emotivi nella relazione dell’uomo con il vino sembrano elementi fondamentali da comprendere in un territorio che attorno alla coltivazione dell’uva non ha solo investito la maggioranza delle energie commerciali ed economiche, ma sembra aver fondato un sistema di pensiero strutturato, sentimenti, aspettative, un modo di vedere il mondo e di condividere le relazioni. Una vera mitologia, sovente autocelebrativa e dalle fantasie di continua espansione, che però oggi sembra vacillare.

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Come spiega uno studio pubblicato da Intesa Sanpaolo a ottobre e dal titolo “Impatto del Covid-19 nel settore vitivinicolo in Piemonte e spunti per la ripartenza”, i primi sei mesi del 2020 in Italia hanno visto il fatturato del mondo delle bevande ridursi dell’11,4 per cento rispetto al primo semestre 2019, condizionato prevalentemente dai cali rilevanti sul mercato interno (-15,6 per cento). Il fatturato estero, invece, ha subìto una contrazione lieve (-1,8 per cento). In questo contesto, l’export italiano dei vini dopo un primo trimestre in crescita del 6,2 per cento ha chiuso il bilancio dei primi sei mesi in negativo (-3,4 per cento).
Per il Piemonte il calo nel semestre è stato leggermente meno intenso rispetto alla media italiana (-2,1 per cento), ma ad aprile era caduto in picchiata fino al -40 per cento. Tornando all’analisi del semestre, risulta invece più marcato l’arretramento del distretto delle Langhe, Roero e Monferrato (-4,7 per cento).
Una situazione che potrebbe peggiorare nel secondo semestre, ovviamente a seconda dell’andamento della pandemia. L’unico dato regionale in controtendenza riguarda le esportazioni di bevande, che sono riuscite a crescere per importi rilevanti su due importanti mercati anche nel primo semestre 2020: Stati Uniti (+20 milioni di euro) e Russia (+10 milioni), a differenza di quanto avvenuto per i vini italiani, che hanno accusato arretramenti in questi territori. La situazione si capovolge, invece, considerando le esportazioni verso la Francia: calo per il Piemonte e tenuta per i vini italiani.

Si tratta di dati destinati a cambiare il mondo del vino locale, perlomeno riguardo al modo in cui viene rappresentato: non più come un mercato immutabile e destinato alla progressiva ascesa, ma come un mondo che come tutti gli altri è soggetto alle vulnerabilità dell’ambiente, alle emozioni e alle conseguenze che le azioni umane hanno sull’ecologia, sulla società, sull’economia, sulla sanità.

Granda prima in Piemonte sia per produzione che per export

Il mondo del vino in Italia ha negli ultimi anni subìto espansioni e contrazioni, vuoti e pieni, traumi e glorie che hanno modificato il suo volto in maniera sostanziale. Infatti, è sufficiente pensare come nel 1986 gli ettolitri prodotti fossero 77 milioni, per un valore aggiunto di 1,3 miliardi di euro, mentre oggi gli ettolitri prodotti sono quasi 50 milioni (il 35 per cento in meno) per un valore aggiunto pari a 4,3 miliardi di euro (più del triplo). Stringendo il focus sul territorio, emerge come negli anni compresi tra il 2006 e il 2019 Cuneo abbia ridotto la superficie vitata di quasi il 10 per cento. Eppure, nella classifica delle province, la Granda in Piemonte guida sia in termini produttivi che di export, seguita da Asti e Alessandria. In particolare nel 2019 in provincia sono stati prodotti 997mila quintali, per un valore di mille milioni di euro di esportazione.

Il distretto dei vini di Langhe e Roero è quello che esporta di più, raddoppiando il valore delle merci inviate all’estero negli ultimi dieci anni e collocandosi al terzo posto in Italia dopo il Prosecco di Conegliano -Valdobbiadene e i vini di Montepulciano d’Abruzzo. I vini di Langhe, Roero e Monferrato sono cresciuti molto anche nel breve periodo: tra il 2018 e il 2019 le esportazioni sono aumentate del 12,5 per cento, tasso di crescita secondo solo ai vini e distillati del Bresciano. Ma oggi il settore vive un periodo di profonda trasformazione. Ha spiegato l’economista di Intesa Sanpaolo Romina Galleri: «Le esportazioni nei primi sei mesi 2020 rispetto ai primi 6 mesi 2019 sono calate del 4,7 per cento. Per sapere come sarà andato il fatturato bisognerà attendere i dati di bilancio delle imprese. Ci attendiamo però un calo dovuto al coronavirus».

Galleri: «Ecco perché chi ha fatto la scelta di proteggere l’ambiente sopravviverà in futuro»

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Romina Galleri, economista della direzione studi di Intesa Sanpaolo.

Parliamo con Romina Galleri, economista della direzione studi e ricerche della banca Intesa Sanpaolo.

Una chiave di lettura proposta nel vostro studio è quella della collaborazione di filiera. Significa che la strada della competizione reciproca, individualistica e autoreferenziale si avvia al tramonto?

«La competizione può stimolare le imprese a migliorarsi, a investire e a inventare nuovi prodotti e soluzioni per differenziarsi e quindi acquisire vantaggi. Tuttavia, proprio in un contesto internazionale ipercompetitivo, stringere collaborazioni e sinergie a monte e a valle della propria filiera territoriale può essere vantaggioso sia per le imprese più grandi che si garantiscono dei fornitori (o meglio, partner solidi) sia per le imprese piccole e micro, che in questo modo possono inserirsi con maggior semplicità anche nei mercati esteri, dove la dimensione conta, senza perdere le proprie specificità. Le aziende italiane sono ancora piccole rispetto ai competitori francesi e in quest’ottica le strategie di collaborazione di filiera possono rappresentare una risposta valida, senza intaccare la biodiversità e la dimensione ridotta delle produzioni di nicchia, che in questo settore più che un limite è invece espressione di vivacità».

A proposito di ecologia. Le aziende biologiche vanno meglio di quelle non bio. Cosa significa? Chi non rispetta l’ambiente è destinato a rimanere indietro?

«Significa che il tema della sostenibilità ambientale e del rispetto della natura sta diventando sempre più centrale. Il passaggio verso la qualità produce una riduzione del consumo di materia prima, energia, emissioni, e dà ottimi frutti anche in chiave di redditività delle aziende. Sono molti anni che lo sosteniamo, adesso possiamo dimostrarlo con i numeri: i risultati ottenuti dal confronto tra un campione di 300 aziende vitivinicole italiane in possesso di certificazioni biologiche e un gruppo di imprese con analoghe caratteristiche, ma senza certificazioni, dimostrano che tra il 2008 e il 2018 l’aumento del fatturato per le imprese bio è stato del 66 per cento, contro il 28 per cento per le imprese tradizionali. Al contempo le imprese con certificazioni biologiche hanno migliorato, seppur leggermente, la loro redditività (l’Ebitda margin è passato dall’8 all’8,2 per cento), mentre le imprese senza certificazione hanno visto una riduzione di questo indicatore. Tra il 2008 e il 2018 l’Ebitda delle imprese certificate ha registrato un aumento aggregato (in valore) del 75 per cento, contro il 45 per cento delle “non bio”: un risultato davvero notevole».

Maria Delfino

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