In Piemonte 18mila contagi sono avvenuti sul luogo di lavoro

Servono centomila euro per formare nuovi Oss 1

COVID Mentre calano, lentamente, i ricoveri ordinari e si stabilizzano quelli in terapia intensiva, l’Inail fa sapere che in Piemonte nel 2020 i casi di contagio da Covid-19 sul lavoro sono stati 18.864, con 37 morti. Si tratta del 14,4% dei 131.090 contagi sul lavoro denunciati all’Inail a livello nazionale e dell’8,7% dei 423 decessi legati a contagio sul lavoro registrati in Italia.

Le professioni più colpite sono infermieri, operatori sanitari e medici, oltre metà dei quali infettati a Torino. Il Piemonte, come rileva il direttore regionale Inail Giovanni Asaro, è la seconda Regione più colpita dal Covid sul lavoro dopo la Lombardia.

Nei tabulati dell’Inail a Cuneo e provincia si registrano 2.764 casi, di cui 2.182 donne e 582 uomini, che descrivono un’incidenza del 14,7% sul totale regionale.

Una lettura del report e del suo trend crescente, la forniscono gli esperti legali Rödl & Partner che osservano come nel rapporto azienda e lavoratore in materia di Covid vi sia un aspetto di criticità nel rapporto con le strutture sanitarie: «L’impasse – spiega l’avvocato Irene Pudda, esperta in privacy & labour compliance – è dovuta al fatto che il datore di lavoro non è autorizzato a comunicare ai colleghi il nominativo di un dipendente risultato positivo. La ditta è tenuta a fornire all’azienda sanitaria le informazioni necessarie perché quest’ultima possa assolvere ai compiti previsti dalla normativa emergenziale e, contemporaneamente, ha facoltà di domandare ai possibili contatti stretti di lasciare cautelativamente i locali aziendali, ma è la sanità pubblica che ha la potestà di contattare i lavoratori per poi applicare le opportune misure di quarantena».

Il rischio, così facendo, è che le aziende lascino operativi interi reparti o uffici con il pericolo di diffusione del virus, non solo tra i dipendenti che sono stati a contatto diretto con il soggetto contagiato, ma anche tra i loro famigliari e i conoscenti.

«Tuttavia non si può fare diversamente – chiarisce Pudda – la procedura è volta a tutelare la privacy del lavoratore risultato positivo al coronavirus. Certo, come è facile immaginare, procedere alla disinfezione della postazione di lavoro, delle attrezzature utilizzate e degli spazi comuni frequentati dal dipendente, domandare ai possibili contatti stretti di lasciare cautelativamente i locali aziendali, nonché isolare o chiudere gli uffici in cui il dipendente ha lavorato garantendone allo stesso tempo la totale riservatezza è di difficile applicazione».

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