Luglio 2021: così l’Italia è campione dell’Europa

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REPORTAGE Le automobili in piazza Ferrero e nel centro di Alba, i petardi, le colline attraversate da clacson, le maglie che sventolano. Poco prima i raduni in piazza per condividere lo stesso schermo, le birre, i giovani e gli anziani, i bambini e gli adulti insieme. Ancora, le trombette, i costumi. Era la maschera della vittoria per gli Europei di calcio, la sua apparenza rituale, in cui ognuno sembrava vederci dentro il proprio passato.

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«Gli Europei 2021 mi ricordano quando avevo sei anni e guardavo i Mondiali con mio padre. In quel momento ci sentivamo uniti», dice Andrea. «A me ricordano la nonna, che mi ha insegnato a credere nei sogni», prosegue Giovanna. «Il calcio mi riporta in mente il periodo universitario e la battaglia che le donne devono fare per guadagnarsi il centro del palcoscenico: questo mi fa venire voglia di combattere», assicura Marta. «Pensando al tifo mi sovviene quando con gli amici andavamo al mare, adolescenti: mentre tutti guardavano le partite noi stavamo sugli scogli a scrivere poesie», riferisce Giulio. «Quando andavo alle elementari avevo un maestro che mi voleva bene: con lui parlavamo del calcio come se fosse una cosa stupenda», prosegue Massimo. «Il calcio? Mi lascia indifferente e proprio per questo mi affascina vedere tutte queste persone così coinvolte. A volte mi irrita, ma è un effetto magnetico e finisco per rimanere di fronte allo schermo».

Sono parole raccolte nella serata di domenica, quando l’Italia ha battuto ai calci di rigore l’Inghilterra per 4-3 ed è salita sul tetto d’Europa per la seconda volta nella sua storia. Allo stadio Wembley di Londra gli inglesi sono passati in vantaggio nei primi minuti con un gol di Shaw, poi è arrivato il pareggio degli Azzurri con Bonucci. Ma, alla fine, hanno deciso le parate di Donnarumma. Il calcio di questi giorni è parso in realtà evocare il futuro. Amedeo è un uomo di 52 anni, fa il panettiere. Dice prima della finale: «Ho visto tante partite, ma è la prima volta che siamo tutti a guardarla. E chi non è presente questa sera, vi dedica un pezzo di cuore: qualcosa ci tiene uniti».

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Dopo un anno e mezzo di fatica il calcio diventa l’occasione collettiva di fronteggiare la possibilità della sconfitta. A partire dagli ottavi, nei quarti e nella semifinale è stato possibile sedersi insieme e osservare l’ipotesi di perdere. Il Covid-19 ha insegnato la fragilità collettiva, di una società che prima pensava di vincere sempre. Invece, la pandemia ci ha fatto sentire soli e nudi. Ma durante gli Europei, per contro, si è stati tutti affianco.

Dice un tifoso: «Non mi importa vincere o perdere, ma solo sentire che qualcosa ci unisce. Prima del virus provavo piacere nell’urlare contro gli avversari, insultarli e contrappormi a loro. Ora provo soddisfazione per il semplice fatto di esserci». Un altro, durante il secondo tempo della finale, sbotta: «La vittoria o la sconfitta? Andrò a fare festa, comunque vada!».

Bisogna esserci, insomma, e le persone sembrano attratte da ciò che il calcio evoca a livello simbolico. Non è il sentirsi forti, ma lo stare insieme, uniti, di fronte alla possibilità di cadere. È in questo movimento che si svolge una nuova sceneggiatura morale, emotiva, sociale: ci si autorizza a sentirsi vulnerabili, ma in comunità, con fiducia.

Poi, quando nella notte della grande finale è arrivata la vittoria, si sono viste molte persone piangere. Perché in quel momento ha prevalso l’emozione, si è rotta una patina indurita sopra ai cuori e si è capito che era una partita molto più profonda di quanto fosse fino lì immaginabile.

Matteo Viberti

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