Senza piantare alberi, finisce che alla grande festa del tartufo manchi l’invitato principale

LETTERA AL GIORNALE C’era un bellissimo bosco di secolari querce fra Roddi e Verduno, tanto fitto da conservare quasi il buio. Temo che sia stato abbattuto. Lo spazio boschivo nella bassa Langa è quasi completamente scomparso ed è proprio di questo spazio che ha bisogno il tartufo per crescere e prosperare.

Stando al Centro nazionale studi del tartufo, le piante predilette dal tuber magnatum sono le querce e i pioppi, fra cui si annoverano la farnia (Quercus robur), il cerro (Quercus cerris), il rovere (Quercus petraea), la roverella (Quercus pubescens), il pioppo nero (Populus nigra), il pioppo bianco (Populus alba), il pioppo della Carolina (Populus deltoides) e il pioppo tremulo (Populus tremula). Fra i salici, si distinguono il salicone (Salix caprea) e il salice bianco (Salix alba) e a questi si possono aggiungere il tiglio nostrano (Tilia platyphyllos), il carpino nero (Ostrya carpinifolia) e il nocciòlo (Corylus avellana).
Vi è ad Alba il progetto di un nuovo museo del tartufo, detto Mudet, e il cui costo dovrebbe aggirarsi intorno al milione di euro. Un simile progetto di museo del tartufo è presente a Montà, dal costo previsto di un altro milione di euro. A questi si aggiunge lo stesso castello di Roddi, che si prepara a ulteriori restauri al prezzo di due milioni di euro, nell’ottica di diventare il “Castello del tartufo e della cucina di Langa”.

Senza piantare alberi, finisce che alla grande festa del tartufo manchi l’invitato principale
Alcuni esemplari di quercia, pianta sotto la quale cresce il tartufo.

Questi investimenti notevoli e forse ridondanti (a cosa servono tre differenti centri dedicati al medesimo tartufo bianco?) promuovono giustamente il frutto (o, meglio, il “fungo”) più pregiato della nostra terra. Tuttavia, la rarità del pregiato tartufo d’Alba va di pari passo con la scomparsa dei boschi nella bassa Langa ed ecco che altre regioni d’Italia (per esempio le Marche) producono in buona quantità tartufi che parrebbero geneticamente identici, come riportato dal noto botanico Giovanni Pacioni. Ai tartufi bianchi dell’Italia si aggiungono quelli esteri, da Paesi quali la Bulgaria, la Romania, la Serbia, la Croazia e, in tempi di penuria, immagino che riconoscere le provenienze non sia sempre facile.
Ora, se davvero ci teniamo così tanto al mercato micofilo da installare ben tre musei nel raggio di pochi chilometri e al prezzo di alcuni milioni di euro, forse non sarebbe il caso di riportare un poco di boschi nelle nostre terre, così che possiamo effettivamente avere i tartufi, oltre che parlarne? Sono infatti assai pochi i tartufi bianchi provenienti dalle Langhe, da cui i prezzi alle stelle e a volte anche il timore che qualche commerciante senza scrupoli possa immetterne di esteri senza dichiararlo. Stiamo allestendo una grande e roboante festa alla quale il grande festeggiato, che è il tartufo bianco d’Alba, pare che non sia stato per nulla invitato!

Una politica di rimboschimento di porzioni significative della bassa Langa ci eviterebbe di essere messi in ridicolo dal promuovere tartufi nella loro quasi assenza. Suggerisco quindi che i paesi della bassa Langa si mettano a consorzio nel creare un areale protetto simile a quelli esistenti attualmente per vini Docg quali il Barolo e il Barbaresco. Impegno di tali paesi sarebbe garantire una percentuale sufficiente di terreni a tenuta boschiva e con le tipiche piante predilette dai tartufi, che ho sopra elencato. Qui non mi riferisco direttamente ai processi di micorrizazione, ma alla semplice scelta di riprodurre la vegetazione adatta affinché nei decenni a venire le nostre terre possano ancora essere celebri (e a ragione) per il buon tartufo bianco.

Francesco Barbero, Alba

Gentile Barbero, grazie della lettera. Lei tocca un tema al quale abbiamo sempre dato spazio, a partire dalle esemplari iniziative del volontariato, come la comunità Laudato si’-Gazzetta d’Alba, che ultimamente ha piantato centinaia di alberi: una goccia nel deserto, alla quale deve aggiungersi quella delle istituzioni e di quanti hanno a cuore le eccellenze del territorio.

g.t.

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