Takoua e i valori di dialogo e tolleranza portati ai ragazzi (INTERVISTA)

Takoua e i valori di dialogo e tolleranza portati ai ragazzi (INTERVISTA)

ALBA Il Salone del libro di Torino organizza da vent’anni Adotta uno scrittore, per portare gli autori dei libri nelle scuole. Mercoledì scorso, nella Scuola internazionale di Alba è stata ospite Takoua Ben Mohamed. Scrittrice, fumettista, giornalista, è nata nel 1991 in Tunisia. All’età di otto anni la famiglia si è trasferita a Roma per sfuggire alle persecuzioni politiche. Ha presentato agli alunni Il mio migliore amico è fascista, edito da Rizzoli.

Di cosa parla il libro?
«Racconto di questo mio compagno di classe con il quale condividevo il banco in una scuola della periferia romana. Era un fascista dichiarato e ci odiavamo a vicenda. Eravamo quattordicenni convinti delle nostre posizioni, senza nemmeno sapere il significato della maggior parte delle parole dette. Degli stessi termini, nel libro, riporto la definizione in alcune finestrelle. Il nostro rapporto è proseguito, siamo diventati come fratello e sorella. Mi ha insegnato il valore del dibattito: dall’insulto diretto, siamo passati alla discussione. Nel libro parlo anche del rapporto con gli insegnanti: quindici anni fa non c’era l’esperienza di oggi, noi di seconda generazione in Italia, abbiamo faticato a essere visti come uguali agli altri. Non mi dava fastidio più di tanto il bullismo dei miei compagni, con il mio caratteraccio sapevo difendermi. Mi ha segnato, invece, il conflitto avuto con gli insegnanti».

Takoua e i valori di dialogo e tolleranza portati ai ragazzi (INTERVISTA) 1Che cosa ha portato la sua famiglia a fuggire dalla Tunisia?
«Mio padre era un insegnante, perseguitato dal regime di Ben Alì: per non essere imprigionato fuggì quando avevo quattro mesi. Mia mamma era attivista per i diritti umani, i suoi fratelli facevano parte dei movimenti studenteschi universitari. A dieci anni, ho iniziato a fare del volontariato in un’associazione per la tutela dei diritti umani. La maestra chiedeva, al lunedì, come avessimo trascorso il fine settimana. Io rispondevo: sono andata alla manifestazione. Sono sempre stata un’attivista, è troppo vivo in me il ricordo di quando, da piccola, entrava la polizia in casa a distruggere i mobili e minacciare mia mamma».

Che sensazioni ha avuto quando è tornata in Tunisia?
«Abbiamo potuto farlo solo dopo la rivoluzione del 2011. Avevo dimenticato tutto del Paese, volevo riscoprire la mia identità tunisina. Parlavo arabo con un altro accento e sono stata considerata un’ospite. Strano a dirsi, ma lo stesso accade in Italia: pur sentendomi romana de Roma in realtà sono sempre stata considerata così. Ora ho capito di non dover convincere gli altri della mia italianità o tunisinità, l’importante è cosa io ho deciso di essere».

C’è ipocrisia in chi, prodigandosi in aiuti per il popolo ucraino, poco tempo fa chiedeva di affondare i barconi di profughi di altri Paesi?
«Con questa guerra, il marcio e l’ipocrisia sono venuti a galla. Ciò mi ha infastidito tantissimo, il rispetto dei diritti umani va applicato senza esclusione. Più mi impegno e meno riesco a capire come si faccia a poter scegliere con chi essere umano e con chi no. Ritengo giusto che gli
ucraini siano tutelati, ma dovrebbero esserlo tutti. Giorni fa sono stata attaccata da un odiatore su Instagram. Mi ha detto “torna al tuo Paese”. Sono poi andata a vedere il suo profilo e, oltre all’iscrizione a un gruppo di estrema destra, aveva la bandiera ucraina. Ho la fortuna di conoscere tre lingue e documentarmi su più fonti e, purtroppo, ho notato che il colore della pelle continua a essere una discriminante».

I mass media hanno delle responsabilità?
«Purtroppo si è persa la capacità di dialogo tra persone con idee diverse: non si discute più, non si controbatte, ci si insulta e basta, forse perché abituati all’anonimato delle Reti sociali. L’informazione vera non esiste più, a parte su riviste specializzate e programmi a tarda notte.  Tutto il resto è giornalismo d’opinione, fatto da classi dirigenti e Politiche. La colpa, però, è anche dei lettori, i quali non approfondiscono mai. Basterebbe chiedersi chi sia l’autore dell’articolo, che opinioni politiche ha, da quale contesto proviene. Ci mancano, però, gli strumenti per farlo».

Davide Barile

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