Don Giovanni Lisa servitore di Cristo attraverso i poveri

ALBA «Ministro di Cristo, ha servito la Chiesa come profeta»: con questi appellativi il nostro vescovo, Marco, ha chiuso la celebrazione in ricordo di don Lisa, nel duomo di Alba, giovedì 21 aprile. Riconoscimento, che richiama l’appellativo di “Tromba dello Spirito Santo”, usato da Giovanni XXIII con riferimento a don Primo Mazzolari. Don Lisa – oltre che un amico per le persone che hanno affollato il duomo di Alba e seguito la celebrazione in streaming, anche dal Brasile – è stato un profeta, non facile da comprendere come tutti i profeti.

La celebrazione, organizzata dal Centro missionario, è stata un tentativo di tratteggiarne il volto attraverso tante testimonianze. Dai vari interventi, intervallati dal canto e dalla preghiera, sono emersi i tratti della sua personalità. In questa sede possiamo solo far scorrere alcuni titoli, usati dai vari intervenuti, in attesa che qualcuno raccolga le diverse testimonianze. Ci può aiutare l’immagine del poliedro, cardine della visione dell’uomo di papa Francesco, come spiegato nell’Evangelii gaudium, 236. In effetti, tutte le immagini usate per ricordare don Lisa sono come le facce di un poliedro: tutte diverse e tutte importanti.

Don Giovanni Lisa servitore di Cristo attraverso i poveri
Davanti al Seminario, in prima fila da sinistra: don Lisa (vicerettore dei chierici), Aldina Brovia e don Celestino Grillo (in partenza per Teofilo Otoni in Brasile); don Camillo Olivero e i chierici Angelo Carosso, Dino e Giovanni Negro. Don Lisa curava su Gazzetta la rubrica ”Diocesi senza frontiere”.

Nato nel 1931 a Ceresole d’Alba, prete dal 1955, studente di filosofia all’Università cattolica di Milano, assistente della Fuci, vicerettore del Seminario maggiore di Alba, animatore della nuova stagione missionaria della Chiesa albese – suo il motto “Diocesi senza frontiere” – parroco di Pollenzo dal 1971 al 1976, infine missionario in Brasile a Teofilo Otoni fino alla morte. Nella celebrazione sono stati ricordati 4 momenti della sua vita: il Seminario, Pollenzo, Teofilo Otoni e infine il calvario della malattia.

La comunità come luogo di formazione del prete. Il sottoscritto e don Piero Racca hanno ripercorso gli anni del Seminario: l’intuizione che la comunità è parte integrante del cammino di formazione sacerdotale, ma che il Seminario non è l’unico luogo in cui vivere una vita comunitaria. In quegli anni, il Seminario di Alba fu un centro di cultura, un punto di riferimento per tutta Alba, aperto alla città, come evidenziato dagli incontri di preghiera in Santa Caterina.

La canonica come casa dei giovani. Così Lucilla Ciravegna ha inquadrato lo stile del nuovo parroco di Pollenzo. La sua casa era aperta a tutti, credenti e non, purché ci fosse la disponibilità alla ricerca, al confronto, alla partecipazione alle tantissime proposte culturali e sociali. Don Lisa non aveva paura di prendere posizione, segno di contraddizione, ma sempre aperto al dialogo.

La spinta missionaria era sempre sullo sfondo, come ricordato da Silvio Veglio e da Piermichele Ciravegna. Questa ispirazione ha segnato la storia della diocesi negli anni cruciali del dopo Concilio. Un momento emozionante è stata la lettura della lettera con cui comunicò ai suoi parrocchiani la scelta di partire per il Brasile, una decisione sofferta per essere fedele al suo essere prete, capace di condividere la vita dei poveri. Non però una scelta di ripiego: «Non sono deluso della Chiesa, perché porta agli uomini Cristo, riserva di speranza per il mondo». Sia in Italia che nel mondo!

«Ci ha insegnato a credere nell’impossibile». Così Franco Foglino ha inquadrato la sua attività missionaria in Brasile, prete di una Chiesa che non può essere né indifferente né neutrale di fronte alla fame e alla povertà. Concetto ribadito negli altri interventi, da Cioffi Magliano, Lidia Boccardo, Anna Maria Poggio, Renzo Tablino, Tiziana Bonasso. Con la sua testimonianza, ha evangelizzato anche noi, fino alla fine. Come Gesù, sulla croce, ha ricordato il vescovo, la sua malattia e sofferenza sono state un Vangelo vissuto. Per questo la Chiesa di Alba gli è riconoscente e lo ricorda come modello di prete, augurandosi che lo spirito di profezia che lo ha animato ispiri anche il nostro cammino sinodale. 

Battista Galvagno

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