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L’Enzo Jannacci del fotografo Guido Harari

L'Enzo Jannacci di Guido Harari

IL LIBRO Jannacci arrenditi! Fotoracconti di contrabbando è il nuovo libro curato da Guido Harari, fotografo classe 1952 che, nato al Cairo, dopo essere cresciuto a Milano e aver girato il mondo intero fotografando i grandi della musica, nel 2011 ha scelto di risiedere ad Alba, dove ha aperto la Wall of sound gallery. Quest’anno festeggia cinquant’anni di carriera. In primavera, la fondazione Ferrero gli dedicherà una mostra.

L'Enzo Jannacci di Guido Harari 1Il libro su Jannacci, definito «biografia per immagini», è composto da 288 pagine, introdotte da una prefazione di Paolo, figlio del cantautore. Ordinandolo alla Wall of sound, sarà possibile riceverne una copia autografata con dedica personalizzata.

Spiega Harari: «L’idea è nata una quindicina di anni fa ma Paolo, con Enzo, era già impegnato nella stesura di Aspettando ai semafori. Trascorsi almeno dieci anni, sono ripartito alla carica, ma ancora una volta Paolo era alle prese con un nuovo libro, Ecco tutto qui. Non mi sono arreso e così, insieme, abbiamo setacciato dapprima l’archivio di famiglia, in seguito quelli di amici, colleghi, fotografi, collezionisti. Abbiamo così creato un mosaico il più aderente possibile alla personalità unica di Enzo».

Jannacci arrenditi! È impostato «indicativamente per decadi e narra il percorso umano e artistico di Enzo, saltimbanco e cantachirurgo. Scoprii Jannacci intorno ai dodici anni grazie a un compagno di classe il quale, stufo di sentirmi decantare solo Beatles e Rolling Stones, mi aprì nuovi orizzonti facendomi ascoltare le sue prime canzoni. Poi lo seguii attraverso la televisione, spesso con Gaber e Cochi e Renato. Infine, nei primi anni Ottanta conobbi lui e Gaber quando li fotografai, come Ja.Ga. Brothers, per la copertina del loro disco. Nacquero in quel momento stima, fiducia e tanto affetto. La nostra collaborazione è proseguita fin quasi alla sua morte».

Secondo Harari, Jannacci «ha raccontato come nessun altro l’umanità minima della piccola gente, i suoi problemi, i drammi, le contraddizioni. Ha spesso usato il dialetto milanese, ma pure un italiano che non sapeva cosa farsene di versi ben cesellati o di paraventi ideologici. La crudezza affilata di Jannacci doveva molto alla sua vera professione, il cardiochirurgo. La sua onestà intellettuale gli fece addirittura mollare il successo ottenuto nel 1967 con Vengo anch’io per andare quattro anni negli Stati Uniti a studiare nelle università e lavorare negli ospedali. Non se lo poteva permettere, ma lo fece lo stesso».

Da milanese, per Harari la vecchia città «non esiste più e rimane soltanto nelle canzoni di Jannacci e Gaber. Credo si fosse estinta già all’epoca dei loro primi successi. Era ancora ciò che Emilio De Marchi chiamava Milanin in contrasto con la grande metropoli, la Milano, che già negli anni Sessanta cancellava via via tradizioni, dialetto e umanità».  

Davide Barile

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