Attraverso festival parte da Alba con Paolo Rossi: il teatro come terapia, ironia e libertà

Paola Farinetti ha sottolineato come il tema scelto quest'anno sia pop, popolare, inteso non come semplificazione, ma come ciò che appartiene al popolo, capace di parlare a tutti affrontando anche temi profondi

Attraverso festival parte da Alba con Paolo Rossi: il teatro come terapia, ironia e libertà

di Pierangelo Vacchetto

ALBA – È stato Paolo Rossi ad aprire ieri sera (lunedì 13  luglio), nell’arena Sacerdote, del teatro Sociale Giorgio Busca, l’undicesima edizione di Attraverso festival. Una scelta tutt’altro che casuale: il comico e attore milanese, maestro nell’arte dell’improvvisazione e del teatro di parola, ha inaugurato il lungo viaggio del festival con uno spettacolo che ha dimostrato come il palcoscenico possa nascere da poco o nulla, quando a sostenerlo ci sono il talento, la capacità di raccontarsi e quella rara dote di trasformare la propria vita in materia teatrale.

Ad aprire la serata sono stati i saluti di Paola Farinetti, tra le ideatrici del festival, emozionata per il debutto dell’edizione 2026 proprio da Alba: «È la prima serata dell’undicesima edizione di Attraverso festival, ha ricordato, un festival che attraversa letteralmente il Piemonte meridionale unendo territori, province e comunità». Paola Farinetti ha sottolineato come il tema scelto quest’anno sia pop, popolare, inteso non come semplificazione, ma come ciò che appartiene al popolo, capace di parlare a tutti affrontando anche temi profondi. Ha, inoltre, ricordato i prossimi appuntamenti albesi con Ascanio Celestini, Elio Germano e Teho Teardo e Yamandu Costa, invitando il pubblico a seguire il festival anche nelle tante località meno conosciute del territorio, che Attraverso contribuisce a valorizzare.

A darle il benvenuto è stato il sindaco Alberto Gatto, che ha ribadito il sostegno dell’Amministrazione comunale a una manifestazione cresciuta negli anni: «Gli appuntamenti ad Alba sono passati da due a tre e ora sono quattro perché crediamo che questo festival rappresenti un’occasione importante per fare cultura di qualità e valorizzare la nostra città». Gatto ha evidenziato come il numeroso pubblico presente sia la dimostrazione dell’affetto verso una rassegna che, nata undici anni fa grazie all’intuizione di Paola Farinetti e del suo gruppo di lavoro, continua a crescere coinvolgendo sempre più Comuni del territorio.

Poi il palco è diventato interamente di Paolo Rossi. Lo spettacolo prende avvio da un espediente semplice quanto efficace. Una psicologa, interpretata da Caterina Gabanella, nei panni di un’attrice che racconta di essere stata “costretta” a seguire Rossi dopo essersi presentata come attrice, prova ad analizzare la personalità del suo paziente più difficile. Le sedute private sono fallite in quanto lui pretendeva applausi invece delle cure e non voleva nemmeno pagare, così la terapia diventa pubblica e gli spettatori si trasformano in una gigantesca seduta collettiva e saranno loro a pagare il lavoro del medico analista. Da quel momento il confine tra realtà e finzione scompare. La psicologa ricostruisce la vita dell’attore partendo da un improbabile trauma infantile: il piccolo Paolo, durante il presepe dell’asilo, interpreta un soldato romano che entra in scena nel momento sbagliato, viene fischiato, picchiato dai pastorelli e persino morso da una pecorella. Un episodio assurdo che diventa la metafora della sua carriera: da allora Rossi sceglie sempre il ruolo del fuori posto, di chi rompe gli schemi e cambia la prospettiva delle cose. È soltanto il pretesto per lasciare campo libero all’attore.

Rossi passa con naturalezza dai ricordi personali alla mitologia, da Omero alla politica, dalla fisica quantistica alla comicità popolare, dal politicamente corretto ai rapporti di coppia, costruendo uno spettacolo che sembra nascere davanti agli occhi del pubblico. Ogni argomento diventa occasione per una deviazione, una battuta, un’improvvisazione, un dialogo con gli spettatori chiamati continuamente a intervenire. Il filo conduttore resta però sempre il teatro come luogo di libertà. Con il suo stile inconfondibile Rossi difende il diritto dell’attore a interpretare anche ciò che non pensa, ricordando come il palcoscenico serva proprio a mettere in scena il lato oscuro dell’uomo, trasformandolo in riflessione collettiva. La comicità, nelle sue mani, non è mai fine a sé stessa: dietro ogni risata si nasconde una domanda sul presente, sui limiti della società contemporanea, sulla paura di sbagliare e sull’eccesso di conformismo.

Accanto a lui, i musicanti Emanuele dell’Aquila e Alex Orciari, hanno impreziosito il racconto teatrale accompagnando i diversi momenti dello spettacolo con brani di Giorgio Gaber, Gianmaria Testa e Fabrizio De André. Le loro esecuzioni non sono state semplici intermezzi musicali, ma parte integrante della narrazione, capaci di amplificare le emozioni e sottolineare i passaggi più intensi del monologo, confermando quella dimensione artigianale e profondamente popolare del teatro di Paolo Rossi, dove parola e musica dialogano continuamente. Il finale cambia completamente atmosfera. Dopo oltre un’ora di ironia e improvvisazioni arriva la poesia. Le ultime parole sono affidate a Bertolt Brecht, in una riflessione dedicata a chi continua a fare il proprio mestiere anche quando tutto sembra più difficile, quando le certezze vacillano e il mondo appare cambiato. È un epilogo intenso che lascia il pubblico in silenzio dopo tante risate. Più che uno spettacolo, quello visto ad Alba è sembrato una lunga conversazione con il pubblico. Paolo Rossi dimostra ancora una volta che il teatro non ha bisogno di scenografie imponenti o effetti speciali, ma basta un attore che sappia raccontarsi con sincerità, ironia e intelligenza, perché quando il talento incontra la libertà dell’improvvisazione, anche la propria vita può diventare teatro.

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