di Paolo Tibaldi
ABITARE IL PIEMONTESE – C’è stato un tempo in cui diventare garson significava imparare un mestiere. Essere giovani voleva dire stare accanto a qualcuno che sapeva fare. La missione? Osservare, aiutare, provare e, poco alla volta, imparare. In piemontese garson (pronuncia: garsùn) significa ragazzo, garzone, apprendista: il giovane che lavora nella bottega dell’artigiano, l’aiutante, ma anche semplicemente un giovane scapolo.
Il vocabolario di sant’Albino ne restringe persino l’età originaria: propriamente un giovanetto tra i sette e i quattordici anni. Andé, gistesse da garson: andare, sistemarsi a lavorare come garzone. Bité botega da garson: entrare in bottega come apprendista. Il garson ëd botega è il fattorino o il manovale di bottega; c’era il garson ‘d cusin-a, l’aiuto cuoco, talvolta il lavapiatti; il garson meisabòsch ch’o tȓavàja a giornà, un giovane apprendista falegname che lavora per opera, nell’una o nell’altra bottega, a tanto al giorno; il garson da miradoȓ (manovale) detto anche bicc o foȓicc; il garson spessiàȓi, l’aiutante dell’erborista.
Intorno alla parola si è costruita una piccola famiglia lessicale: garsonèt per il ragazzino impiegato nei piccoli servizi; garsonass per un ragazzone, talvolta con sfumatura dispregiativa; garson-a per una ragazza giovane o nubile; garsoniè per l’appartamento dello scapolo, proprio come il francese garçonnière.
Il viaggio della parola è curioso: è un francesismo sì, ma solo in apparenza: garçon francese e garson piemontese derivano, infatti, dall’antico germanico wrakkjo (ragazzo, mercenario), passato nel latino medievale varacionem. Una parola che ha attraversato lingue e secoli prima di arrivare nelle botteghe. Forse è proprio qui che garson racconta qualcosa del Piemonte: un giovane non ancora uomo, come suggerisce un’antica contrapposizione, ma già dentro al lavoro e a un sapere pratico che si può solo trasmettere facendo.

