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Abitare il piemontese / La prima parola della 2026 è Teȓmo (pronuncia teȓmu)

Il significata passa da termine a pietra di confine, ma anche bordo o limite della proprietà terriera

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ABITARE IL PIEMONTESE – Tra le parole piemontesi che raccontano un modo di vivere la relazione tra tempo, terra e società, teȓmo (pronuncia teȓmu) occupa un posto speciale. Significa: termine, confine, limite, bordo, pietra di confine, associato a un podere o una proprietà terriera. È una voce che risale al latino volgare terminum e, già allora, indicava un limite, ma anche la pietra che lo sanciva: un segno concreto di divisione e, allo stesso tempo, di riconoscimento reciproco. Accanto al teȓmo, infatti, spesso si collocavano due o tre cocci o pietre piatte per renderne evidente la funzione di limite di proprietà. La lingua piemontese, che sa da sempre dissacrare, annovera un modo di dire che indica un individuo che se ne sta impalato: fé eȓ teȓmo, appunto.

Nelle campagne piemontesi il teȓmo era una presenza quotidiana: una fossa, un palo, una grossa pietra quasi interrata, ch’a deuv nen bogé (che non si deve muovere). Succedeva che qualcuno talvolta, con un certo spirito creativo, provasse a stȓamuvé ij teȓmo, spostare le pietre per allargare il proprio campo a scapito del vicino. Un gesto che dice molto su quanto il confine fosse considerato cosa seria, quasi sacra: perché dal teȓmo dipendevano i metri di terra e, quindi, di raccolto, ma soprattutto gli equilibri tra famiglie e comunità.

Interessante è anche il fatto che per fugare ogni rischio di spostamento del confine, il teȓmo fosse rappresentato da un elemento vegetale: il cespuglio di melo cotogno o, ancor più probabilmente, un albero di gelso(detto mo, mor o moré) piantato ai margini dei campi. Quel gelso aveva una duplice funzione: segnare i limiti e nutrire i bachi da seta. A partire dal Seicento, infatti, la seta fu una delle ricchezze del Piemonte sabaudo. Per almeno due secoli la seta sostenne l’economia rurale, permettendo d’integrare il reddito agricolo grazie ai bigàt e ai cochèt (bachi e bozzoli), venduti nelle piazze avvolti in tele bianche.

Anche il passaggio da dicembre a gennaio è un confine: una linea invisibile che separa ciò che è stato da ciò che potrà essere. Un teȓmo temporale che non si può spostare, ma che possiamo scegliere come attraversare. Guardando indietro per riconoscere il cammino fatto e avanti per immaginare la strada da percorrere.

Paolo Tibaldi 

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