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Dialoghi e ironia alla fondazione Mirafiore / Piero Chiambretti: «L’intervista è un combattimento»

Dialoghi e ironia alla fondazione Mirafiore / Piero Chiambretti: «L’intervista è un combattimento» 6

testo e foto di Pierangelo Vacchetto

SERRALUNGA – Un incontro brillante, ironico e a tratti sorprendentemente profondo quello andato in scena ieri (venerdì 10 aprile) alla Fondazione Mirafiore, dove Piero Chiambretti ha dialogato con Oscar Farinetti davanti a una platea attenta e divertita. Un confronto che ha mescolato racconto personale, riflessione sul mestiere televisivo e improvvisazione, nel segno di quella “leggerezza intelligente” che da sempre caratterizza il conduttore torinese.

Lo streaming della serata

Fin dall’inizio, Chiambretti ha messo le carte in tavola, ribaltando il senso comune del suo mestiere: «Voglio dirti perché ti devo insegnare il mestiere: in un’intervista sono sempre più importanti le domande delle risposte». Un’affermazione che ha fatto da filo conduttore a tutta la serata, giocata proprio sull’arte della domanda, sul ritmo e sulla capacità di spiazzare.

Fin dalle prime battute, Chiambretti ha chiarito il suo approccio: «In un’intervista sono sempre più importanti le domande delle risposte. Ricordatelo». Un’affermazione che ha fatto da filo conduttore a tutta la serata, giocata proprio sull’arte della domanda, sul ritmo e sulla capacità di spiazzare. Il conduttore ha insistito sulla preparazione come elemento chiave. «Quando faccio un’intervista mi preparo molto bene, devo avere conoscenza. È molto importante». Subito dopo arriva il paradosso, tipicamente chiambrettiano: «Un attimo prima di entrare in scena te le devi dimenticare tutte, le informazioni».

Da qui nasce quello che definisce «il casino organizzato. Parti con una domanda che hai in testa e poi aspetti il tuo avversario. Rilanci, usi quello che hai studiato magari per una settimana, ma non nell’ordine che avevi immaginato».

Per Chiambretti l’intervista non è mai neutra. «Hai comunque di fronte un avversario. Deve essere un combattimento verbale, divertente, ironico, che ti deve lasciare almeno una cosa». Un’idea lontana dalla televisione attuale, che critica apertamente: «Ormai la televisione italiana è diventata una radio: solo parole dalle sette del mattino fino a mezzanotte. E si parla solo di cronaca nera, che è diventata il nuovo varietà».

Tra aneddoti e ricordi

Il racconto si è poi fatto più personale, tra aneddoti e ricordi con il consueto stile surreale. Tra i più divertenti quello legato a un incontro con il compositore Giorgio Moroder. KVado a casa sua, mi siedo sul divano, vediamo gli Oscar. A un certo punto, mentre esco, vedo il suo Oscar su una scrivania. Lo prendo, me lo metto dietro la schiena, esco… e mi ritrovo con il suo Oscar in mano. Poi torno indietro e suono alla porta: “Questo è tuo”. Mi ha mandato a quel paese». Un episodio che sintetizza bene il suo stile: provocazione, gioco e una certa eleganza nel fermarsi prima di oltrepassare il limite.

Non è mancata una riflessione amara sul cambiamento della televisione: «Una volta il direttore ti chiedeva: “Quale idea hai?”. Se ce l’avevi, la facevi. Adesso la domanda è: “Chi ti manda?”. E se non ti manda nessuno, non lavori». Una frase che ha suscitato più di un sorriso amaro in sala.

Alla domanda di Farinetti sulla paura di essere cacciato, Chiambretti ha risposto con coerenza: «No, perché sennò non avrei fatto quello che ho fatto. Ho sempre fatto la voce fuori dal coro. Qualche volta mi hanno sciolto nell’acido, quello sì. Ma rifarei tutto. Se avessi fatto scelte più facili avrei guadagnato di più, ma avrei vissuto meno felice».

Tra i momenti più coinvolgenti, il lungo racconto dell’episodio legato a Giulio Andreotti, ai tempi del programma Il portalettere. «Volevo fare qualcosa che non si era mai visto, travestirmi da postino e consegnare personalmente le “cartoline” del programma di Barbato ai destinatari». Da qui l’idea di entrare nell’archivio privato dello statista. «Suoniamo, ci aprono e ci chiedono se siamo la Tv svizzera. Rispondiamo di si, entriamo. Tre stanze piene di scaffali con cartelline, c’era tutto, papi, presidenti, Raffaella Carrà… tutto. Mentre filmiamo sentiamo suonare al campanello e allora con tutta calma ci avviamo all’uscita salutando. Erano quelli della Tv svizzera». La fuga rocambolesca, l’arrivo dei Carabinieri, il confronto con un colonnello. «Mi disse: “Lei sarà il primo che Andreotti denuncia”. Gli diedi la cassetta». Ma il vero colpo di scena arriva dopo: «Avevamo una copia. Potevo mandarla in onda e fare uno scoop. Ma ho pensato sono un gentiluomo. E l’ho buttata nel Tevere».

Una scelta che gli valse una conseguenza inattesa. «Dopo tre giorni mi chiamano: il presidente si fa intervistare. A discapito di come si potesse pensare era altissimo». Il racconto si è mosso continuamente tra leggerezza e profondità, fino a toccare temi contemporanei. «Ci siamo abituati alla guerra. Una volta era lontana, adesso è vicina. La vita è precaria, può cambiare da un momento all’altro. Ci dicono di vivere l’attimo, ma è anche un dramma, perché dovremmo sapere cosa ci aspetta».

Non sono mancati momenti di puro intrattenimento, come il ricordo dell’incontro con Giovanni Paolo II dopo il concerto del 1° maggio dove al mattino il Papa celebrò la Messa e al pomeriggio Chiambretti, direttore artistico, presentò il concerto. Vennero chiamati in udienza in Vaticano i promotori del concerto e  «Mi stringe la mano e chiede: “È lui quello che ha fatto il concerto?”. Poi: “Fino a mezzanotte?”. Gli dico sì. “L’ha visto?”. “No”. E infine, uno sguardo al futuro, o forse una provocazione, con l’idea di un programma web. “Un campo vuoto, una telecamera, titolo in inglese Aspettando gli Ufo. Non succede niente, tutto il giorno e tutta la notte». Una non-trasmissione che diventa metafora: «Oggi per avere un ospite devi dare un rene. Allora meglio non averne e aspettare che si presentino a raccontarsi tuti quelli che hanno visto gli extraterrestri».

Chiambretti si definisce «un brillante intrattenitore», più che un giornalista, e rivendica una visione totale del proprio lavoro. «Trovo l’idea, costruisco la scena, scelgo le musiche, faccio la scaletta e la regia. Faccio tutto». Una dichiarazione che spiega, forse meglio di ogni altra, la sua unicità nel panorama televisivo italiano. L’incontro si è chiuso tra applausi e sorrisi, lasciando al pubblico non solo il ricordo di una serata divertente, ma anche una riflessione: che, forse, le domande, quelle vere,  contano ancora più delle risposte.

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