di Marco Fiorini
BRA – Carlo Petrini è stato una delle personalità italiane più autorevoli a livello internazionale sui temi dell’enogastronomia, della sostenibilità e della valorizzazione delle identità locali. Nato a Bra nel 1949, ha fondato Slow food, trasformando un movimento nato tra Langhe e Roero in una rete mondiale impegnata nella difesa del cibo “buono, pulito e giusto”. Prima ancora dell’esperienza di Slow food, Petrini fu protagonista della vivace stagione politica e culturale braidese degli anni Settanta, tra impegno civile, amministrazione locale e radio libere.
Pochi mesi fa incontrai Petrini per una intervista ma la registrazione si interruppe a causa di un problema tecnico; ero fiducioso di poterla riprendere e completare in futuro, resterà incompiuta.
Preferisce essere chiamato Carlo o Carlin?
«Tutti e due, non ho preferenze».
Ci racconta le sue origini familiari e la sua infanzia?
«Sono nato a Bra il 22 giugno 1949. Mio padre era elettrauto, mentre mia madre direttrice dell’asilo. Erano vicini di casa e si conoscevano già da tempo. La storia di mio padre è particolare: durante la guerra, dopo l’8 settembre, si trovava al Brennero. Fu arrestato dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento vicino a Praga. Venne poi liberato dai russi, che avevano una carovana di medici incaricati di visitare i campi. Avevano bisogno di un elettrauto e lui si unì a loro. Attraversò così tutta la Russia fino a Kiev, dove rimase anche a lavorare in fabbrica perché non riusciva a trovare un treno per tornare in Italia. Solo nel 1946 riuscì a rientrare. La famiglia ormai lo dava per disperso. Nel 1947 sposò mia madre. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia con una mentalità molto aperta: ho potuto fare tutte le mie scelte, culturali e politiche, in piena libertà».
La sua famiglia aveva una tradizione politica importante…
«Da parte paterna sì. Mio nonno, il primo “Carlin”, era ferroviere e socialista. Nel 1919 fu eletto consigliere comunale e, dopo la scissione di Livorno del 1921, fondò il Partito comunista a Bra. Per questo perse il lavoro con l’avvento del fascismo e visse anni molto difficili fino alla morte, nel 1932. Mia nonna dovette crescere tre figli in condizioni complicate, tanto che furono affidati a un istituto. Anche loro passarono poi attraverso l’esperienza della guerra».
Che percorso scolastico ha seguito?
«Dopo le elementari non esisteva ancora la scuola media unica. C’erano due percorsi: l’avviamento professionale oppure la scuola media. Mio padre voleva per me una formazione tecnica e così andai dai Salesiani per l’avviamento professionale. Successivamente frequentai l’Istituto tecnico meccanico di Fossano, facendo il pendolare da Bra per cinque anni, dal 1963 al 1968. Mi diplomai come perito meccanico, anche se i miei interessi erano completamente diversi».
Ricorda l’esame di maturità?
«Molto bene. Avevo un ottimo voto in italiano, ma ero insufficiente nelle materie tecniche. A un certo punto un commissario mi disse: “Lei ci garantisce che nella vita non farà mai il tecnico?”. Io risposi di sì. Due mesi dopo mi iscrissi a sociologia a Trento, che allora era una novità assoluta».
Come conciliava studio e impegno personale?
«Frequentavo come studente lavoratore: seguivo le lezioni a Torino e andavo a Trento solo per sostenere gli esami. Però non mi sono laureato. Mi mancavano pochi esami, ma in quegli anni ero molto impegnato politicamente. È stato un cruccio per mia madre per tutta la vita. Poi però, ironia della sorte, negli anni ho ricevuto diverse lauree honoris causa. E a un certo punto mi è stato chiesto di ritirare il diploma lasciato a Trento: l’ho fatto proprio in quell’occasione».
Negli anni Settanta è stato attivo nel Pdup (Partito di unità proletaria per il comunismo) e nell’esperienza di Radio Bra onde rosse. Era una forma di avanguardia politica?
«Più che di avanguardia parlerei di politica di parte. Era una realtà necessaria, perché il contesto dell’epoca era molto uniforme: la Democrazia cristiana aveva la maggioranza assoluta. Nel 1975 fui eletto come unico consigliere a Bra del Partito di unità proletaria. Paradossalmente ero l’unico all’opposizione, perché il Partito comunista sosteneva la giunta nell’ambito del compromesso storico».
Che ruolo ebbero esperienze come Radio Bra onde rosse?
«In quegli anni nacquero realtà come Radio Bra onde rosse e Radio popolare a Milano. Erano strumenti molto importanti di espressione e partecipazione».
Fu anche l’epoca del Comprensorio Alba-Bra…
«Sì, sempre nel 1975 venne istituito il Comprensorio Alba-Bra, un organismo intermedio tra comuni e provincia. Fui eletto anche lì. Per formare un gruppo servivano almeno due persone: io ero solo, finché incontrai una figura straordinaria, Arnaldo Rivera, sindaco di Castiglione Falletto. Insieme formammo un gruppo e nacque una grande amicizia. Quell’esperienza mi permise di conoscere meglio il territorio albese e di costruire relazioni che si sono rivelate fondamentali negli anni successivi».
Qui si interruppe la registrazione. Nel prosieguo dell’intervista man mano si è creò un feeling umano intriso di semplicità e schiettezza, com’era nel suo stile e nel suo modo di porsi.
Mi ha raccontò, con l’umiltà delle persone profondamente intelligenti, e con fierezza, l’idea di creare dapprima Arci gola, in opposizione alla nascita dei fast food americani, dove la cultura non soltanto gastronomica mediterranea potesse essere difesa, preservata e valorizzata. Poi da qui la nascita di Slow food, probabilmente la sua intuizione più geniale che lo ha reso famoso in tutto il mondo.
Mi raccontò di un suo viaggio in Cina, ancora con l’umile stupore di un bambino, poiché, mi disse, «Pensavo non ci fosse quasi nessuno e invece mi trovai la mia faccia su dei manifesti giganteschi per le strade e, alla mia conferenza, migliaia di persone».
Poi il racconto della fondazione di Terra madre, l’orgoglio di aver dato voce agli ultimi, in particolare a coloro che ovunque nel mondo lavorano la terra per trarne i frutti migliori. «I visitatori non vedono soltanto i prodotti, vedono queste persone con la loro storia, la loro cultura, i loro costumi tradizionali indossati». I suoi occhi si inumidirono di commozione e fierezza.
Poi la nuova, ennesima, grande intuizione dell’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo.
Parlammo in Piemontese, mi raccomandò di dargli del tu, mi parlò e mi congedai come se fossimo stati amici da sempre. Solo le grandi persone di profonda intelligenza e cultura fanno così. Sfortunata per me perché ci fu quell’inconveniente tecnico, ma oggi invece penso di avere avuto, purtroppo, il privilegio di fargli una delle sue ultime interviste.
Ora che abbiamo avuto la triste notizia della interruzione della sua vita terrena suona come un triste presagio.
Ero certo che, non appena avesse potuto e la salute glielo avesse permesso, mi avrebbe concesso quantomeno di riprenderla da dove non era rimasta traccia. Viceversa non sarà possibile perché, purtroppo, Dio lo ha chiamato a sé.
Con lui Bra perde uno dei suoi figli più illustri, che ha portato il nome della città in tutto il mondo.
Visionario, genio e sregolatezza nell’età giovanile, poi la maturità lo ha portato a diffondere le sue idee nel mondo e a diventare uno degli Italiani più conosciuti ed apprezzati per il valore profondo e umano delle sue idee.
In me rimarrà il ricordo di una persona colta, lungimirante, intelligente e gentile. Perché la gentilezza è figlia dell’intelligenza.
Una perdita gravissima per la nostra comunità, per l’intera nazione e non solo.
Ma, mai come nel caso di carlo Petrini, le sue intuizioni, le sue idee, i suoi valori, non moriranno, rimarranno in ciascuno di noi e in tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e di collaborare con lui, e certamente la sua opera continuerà con la sua creatura più grande, Slow food, ma non solo.
Ciao Carlin. Grazie di tutto.
