16mila stagionali reggono l’agricoltura cuneese: 5mila nelle vigne Unesco

L'analisi è della sindacalista Cgil Loredana Sasia, che ha consultato i registri dell'Inps

16mila stagionali reggono l'agricoltura cuneese: 5mila nelle vigne Unesco

di Francesca Pinaffo

LO STUDIOSe c’è chi parla di una necessità di remigrazione – il fondatore di Futuro nazionale, Roberto Vannacci, ne ha fatto un cavallo di battaglia –, la realtà restituisce una fotografia opposta: senza il contributo degli stranieri, settori primari della nostra economia sarebbero privi di manodopera. E, a fronte del ruolo fondamentale che questi uomini e donne rivestono, spesso si trovano ad accettare condizioni di lavoro lontane da ciò che si può definire dignitoso.

Ne è un esempio il settore agricolo cuneese e, in particolare, la situazione che riguarda gli stagionali. Dopo l’inchiesta condotta sul tema da Altreconomia e dal giornalista Luca Rondi, che ha stimato una forbice tra 2,3 e 3,6 milioni di ore di lavoro non dichiarate nel biennio 2023-2024, il quadro viene completato dai numeri tratti dai diversi registri anagrafici dell’Inps relativi al 2025. È qui che compaiono tutti gli addetti con un rapporto di lavoro a tempo determinato, divisi per Comuni di residenza. Non vi rientra, per esempio, chi proviene da altre province, ma il dato è comunque prezioso.

Aumentano gli uomini e non le donne

L’analisi è stata condotta da Loredana Sasia, segretaria di Flai Cgil Cuneo (Federazione lavoratori agroindustria): «Abbiamo avuto accesso ai dati della Granda, con un focus sulla zona del vino del Basso Piemonte, quindi Langhe e Roero». Il primo dato: se nel 2025 in tutta la provincia risultano 16.397 stagionali agricoli, nel 2024 erano 16.134. Un aumento significativo che si muove di pari passo a una riduzione della componente femminile, da 4.435 a 4.377 lavoratrici. «È una tendenza nazionale su cui si possono fare dei ragionamenti: è possibile che, piuttosto che lasciare il settore, più donne siano confluite tra i meandri del sommerso, facendo i conti con meno diritti, tutele e assistenza», prosegue Sasia. Tra le colline del vino, la presenza femminile è leggermente superiore, attorno al 30% del totale, «probabilmente per una componente dell’Est Europa che continua a essere presente».

Dei 16.397 stagionali risultanti lo scorso anno, 5.202 sono impegnati tra le vigne, mentre gli altri nella zona della pianura cuneese, fino alle montagne. Guardando alle nazionalità, la quota maggioritaria è quella dei cittadini che provengono da Paesi extra Unione europea: il 62% del totale se si considera tutta la provincia, il 56% circa se si considera la viticoltura, dove rientrano in quest’ultima fascia 2.194 uomini e 734 donne. Sempre tra le vigne, lavorano anche 559 uomini e 379 donne stranieri ma cittadini comunitari, oltre a 893 uomini e 445 donne di nazionalità italiana. «Sarebbe interessante capire chi sono: per esempio, se per loro l’agricoltura è l’attività principale o un secondo lavoro», prosegue la sindacalista.

Giovani in arrivo da altroi Paesi

Importante è l’età: «Sotto i 35 anni, gli uomini sono molti di più delle donne, mentre la presenza di queste ultime aumenta progressivamente». Come è indicativo il focus sulle giornate lavorate, necessarie per avere acceso a trattamenti come la disoccupazione. Tra il 2024 e il 2025, con riferimento a tutto il settore agricolo cuneese, gli stagionali sotto le 51 giornate (dove la tutela è ridotta) sono passati da 6.765 a 6.711. Per contro, lo scorso anno sono stati registrati 4.675 braccianti sopra le 151 giornate (dove si ha diritto al sostegno al reddito e alla maternità), rispetto ai 4.304 del 2024.

Significa maggiore stabilizzazione? «Non per forza, anche perché non è detto che le ore registrate siano quelle effettivamente lavorate e che non vi sia lavoro grigio. Senza dimenticare che la fascia stabile al di sotto delle 151 giornate continua a essere alta», spiega la sindacalista.

I nuovi lavoratori arrivano da India e Bangladesh e sono più a rischio sfruttamento

Un ulteriore tassello arriva dalla nazionalità dei lavoratori e delle lavoratrici. Sotto le 51 giornate, quindi con minori tutele e stabilità, la nazionalità prevalente è l’India, con oltre 516 stagionali agricoli sulla provincia. Seguono Egitto (464), Albania (389), Marocco (341), Bangladesh (260), per poi proseguire con le altre provenienze.

Loredana Sasia di Flai Cgil: «La presenza elevata di cittadini indiani e bengalesi, non solo nelle coltivazioni di pianura, è un fenomeno da monitorare. Parliamo di uomini e donne ancora più fragili di fronte allo sfruttamento lavorativo, perché privi di reti di supporto e con difficoltà sul fronte dell’inclusione. Il fenomeno del lavoro agricolo è in continua evoluzione e per questo necessita di un’attenzione costante».

Tra 51 e 151 giornate, così come al di sopra di 151, le nazionalità più rappresentante sono quelle dell’Est Europa: Romania, Bulgaria E Macedonia, comunità presenti da decenni sul territorio.

Interessante anche analizzare in termini assoluti i Paesi d’origine, al di là delle ore lavorate. Per le donne, le nazionalità più presenti sono sempre quelle del-
l’Est, mentre tra gli uomini si conferma la tendenza evidenziata da Sasia, con 1.716 lavoratori indiani, 868 albanesi, 798 cittadini originari del Marocco, 711 dalla Macedonia, 612 dal Bangladesh. Seguono gli stagionali che provengono da Mali (584) e Senegal (485). «Oggi è fondamentale sottolineare questi aspetti, per comprendere e intercettare i rischi per il settore», conclude la sin
dacalista.  

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