Servizio di Pierangelo Vacchetto
ALBA – C’è un filo che unisce Francesco Guccini alla storia della Cooperativa Libraria La Torre e che, cinquant’anni dopo, è tornato ad affiorare venerdì pomeriggio nella sala congressi della Banca d’Alba. È il filo della cultura intesa non come qualcosa da conservare, ma come un viaggio da intraprendere insieme. Nel 1976 la cooperativa libraria era appena nata e aveva bisogno di risorse per poter acquistare libri e costruire concretamente quel progetto che un gruppo di giovani aveva immaginato per Alba. Carlo Petrini chiamò Guccini e gli chiese di dare una mano. Il cantautore accettò e venne ad Alba per un concerto senza chiedere compensi: il ricavato sarebbe servito a sostenere la nascita della libreria.
Lo stesso spirito avrebbe poi accompagnato altre iniziative, con protagonisti come Dario Fo e Franca Rame. Cinquant’anni dopo, ricordare quell’episodio significa dunque tornare alle radici di una storia che non è stata soltanto commerciale. La Torre nacque infatti con l’ambizione di essere un luogo nel quale leggere, incontrarsi, discutere, conoscere. Un’idea di libreria come spazio culturale e civile che apparteneva profondamente anche a Guccini.
A raccontare la scorsa settimana il cantautore, partendo dalle sue canzoni e dal suo libro, è stata Gabriella Fenocchio, filologa e studiosa della letteratura italiana, che ha saputo entrare nei testi gucciniani andando oltre la superficie delle parole. A condurre l’incontro è stato Paolo Ciliutti, nel ruolo di intervistatore attento e incalzante, capace di accompagnare la Fenocchio lungo un percorso che ha toccato la lingua, la letteratura, l’ironia, le donne, la disillusione, il dubbio e, soprattutto, quella continua ricerca che ha caratterizzato l’intera opera del cantautore bolognese.
Alla ricerca costante di parole
Guccini, è stato spiegato, non si accontentava mai della parola immediata. Cercava parole che avessero peso, consistenza, una storia dentro. Da qui l’attenzione per i dialetti, per le mescolanze linguistiche, per le espressioni apparentemente lontane dalla lingua comune. Non parole difficili per il gusto di esserlo, ma parole capaci di dire qualcosa con maggiore precisione. E proprio questo è uno degli aspetti che Fenocchio ha messo in luce: nelle canzoni di Guccini la letteratura non è una decorazione, né un esercizio di erudizione. Dante, Leopardi, Montale, Gozzano e tanti altri riferimenti entrano nei suoi testi perché fanno parte del suo modo di guardare la realtà.
Non servono a “nobilitare” una canzone: Guccini avrebbe avuto la forza di reggersi sulle proprie gambe anche senza quei riferimenti. Ma la letteratura gli offriva altre parole, altri sguardi, altre possibilità per raccontare ciò che voleva raccontare. E allora anche un’immagine apparentemente semplice può diventare rivelatrice. In Inutile c’è un ristorante vuoto, un cameriere assorto e lento, un’atmosfera sospesa. E c’è quella sensazione di tristezza che Fenocchio ha ricondotto a una delle caratteristiche più profonde della scrittura gucciniana: la capacità di trasformare una situazione individuale in qualcosa nel quale chi ascolta può riconoscersi.

Il viaggio dentro Guccini passa anche attraverso l’ironia. Un aspetto forse meno ricordato rispetto al cantautore impegnato, al poeta della memoria o al narratore delle inquietudini generazionali. Fenocchio ha ricordato il suo straordinario senso dell’umorismo, la sua capacità di raccontare barzellette e di giocare con le parole. Una dimensione che emerge con particolare evidenza in Opera buffa, dove il Guccini ironico riesce forse a sentirsi più libero. Ma dietro l’ironia rimane la disillusione, una parola che sembra accompagnare gran parte della sua produzione e che non coincide necessariamente con il pessimismo. Guccini ha attraversato la cultura occidentale, la sua storia e le sue crisi diventando una sorta di compagno di viaggio per generazioni di ascoltatori. Uno che metteva in musica domande che molti avevano dentro senza riuscire a formularle. Anche l’amore, osserva la Fenocchio, occupa nella sua produzione uno spazio particolare. Una parola quasi sfuggente, che compare pochissimo e persino quando le sue canzoni raccontano storie sentimentali intense sembra non bastare mai a definire ciò che è accaduto. In Vorrei, per esempio, c’è una tensione verso qualcosa che non si è completamente compiuto, ma proprio quel “vorrei” lascia aperta la possibilità del desiderio, della ricerca, di qualcosa che ancora non si è concluso. E poi c’è la polemica, il rapporto con i colleghi, con il mondo musicale, con i critici. C’è la rabbia dell’Avvelenata, ma anche la capacità di trasformare quella rabbia in racconto, ironia e autoritratto.
Dal presente all’oggi
Fino ad arrivare a L’ultima Thule, l’ultima canzone dell’ultimo album, quella che sembra racchiudere il senso di un’intera esistenza artistica. Una nave, una ciurma che non c’è più, i cordami, il tutto che scompare anche il ricordo. È una canzone nella quale il viaggio diventa inevitabilmente anche un bilancio. E proprio qui il discorso di ieri pomeriggio è tornato, quasi naturalmente, alla Libreria la Torre, perché anche la storia della Cooperativa Libraria è un viaggio. È cominciato cinquant’anni fa in una Alba molto diversa, quando trovare certi libri non era così semplice e una libreria poteva rappresentare molto più di un negozio. Era un luogo nel quale incontrarsi e discutere, conoscere persone, confrontarsi con idee nuove.
La Torre nacque con questa vocazione e ancora oggi rivendica quella funzione culturale e comunitaria. Per questo quel concerto di Guccini del 1976 non è soltanto un episodio curioso della storia della libreria, è quasi un’immagine simbolica della sua nascita: un cantautore che mette a disposizione la propria musica per aiutare a far partire una cooperativa che voleva mettere i libri a disposizione della città. Cinquant’anni dopo, Guccini è tornato ad Alba attraverso le sue parole. Non più sul palco, ma nelle pagine, nelle canzoni, nei ricordi e nell’analisi di Gabriella Fenocchio e cinquant’anni dopo, quelle parole sono tornate a parlare di lui. Il viaggio, evidentemente, non è ancora finito.
Pierangelo Vacchetto
