Abitare il piemontese / La parola della settimana è Caussèt

Significa: calza o calzino, manche un piccolo calcio

Abitare il piemontese / La parola della settimana è Barlet 1

di Paolo Tibaldi 

ABITARE IL PIEMONTESE – Novembre s’avvicina e torna il tempo di portare un fiore a chi ci ha preceduti e scambiare con loro qualche pensiero silenzioso. È il momento giusto per rispolverare una parola piemontese che, a prima vista, sembra fatta apposta per tenere i piedi al caldo: caussèt. Sant’Albino, nel suo dizionario del 1859, definiva la caussa un «vestimento della gamba fatto a maglia». Il caussèt è il calzino o i calzini, diminutivo di caussa (calza), ma nella famiglia di causs c’è anche il calcio, quello dato con il piede. Il guardaroba piemontese si apre su un repertorio ben più vivace: dé ij causs (scalciare), descaussé (scalzare), arcaussé (rincalzare). Chi si rivolta nel letto e scalcia? Scaussigné. È vero, il piemontese è una lingua che non lascia mai i piedi in pace.

Se fé ij caussèt (fare la calza) significa essere messi da parte, trascurati, tiȓé ij causs o ij caussèt significa lasciarci la pelle, tirare le cuoia, morire. L’espressione è antica, già attestata nell’Ottocento e la spiegazione più convincente chiama in causa i causs, cioè i calci: le contrazioni involontarie degli arti negli ultimi istanti di vita, osservate negli animali e poi ricondotte anche all’uomo. Con il tempo, il più brusco “tirare i calci” sarebbe diventato il meno crudo “tirare i calzini”, una sostituzione linguistica che vorrebbe addolcire un momento delicato.

Intorno al detto fioriscono racconti popolari, come quello dei cordini legati ai piedi del moribondo, pronti a far suonare dei campanellini all’ultimo calcetto, ecco perché si dice anche tiȓé ij cordin o soné ij ciochin, oppure chi chiama in causa le verifiche del vecchio beccamorto: si dice che mordesse l’alluce del defunto per constatarne il trapasso e, nel fare ciò, tirava i calzini della bonànima. Suggestioni da maneggiare con cautela, più gustose che dimostrabili.

Tutto ciò racconta un modo di stare al mondo: nominare la morte senza nasconderla, con parole radicate nella vita di ogni giorno. Una civiltà che anche quando parla dell’ultimo passo, non perde contatto con la terra.

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