Cristina Simonelli: «Spesso nella parola “nomadi” usata dalla società maggioritaria si nasconde semplicemente il dispregiativo “zingari”»

Intervistiamo Cristina Simonelli riguardo alla sua esperienza di vita in un campo rom

Cristina Simonelli – di cui segue l’intervista – è una teologa, nata a Firenze nel 1956. Dal 1976 al 2012 ha vissuto in un accampamento rom, prima in Toscana, poi a Verona. Figura di spicco del mondo femminile ecclesiale italiano e internazionale, è dal 2013 la presidente  del Coordinamento delle teologhe italiane.
È, inoltre, docente di teologia patristica a Verona e presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale. Ha pubblicato diversi testi per le edizioni San Paolo e partecipato al Festival biblico – da cui abbiamo attinto per la foto –,organizzato ad Alba dal centro culturale San Paolo.

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Cristina Simonelli, che cosa l’ha spinta a fare una scelta così particolare come quella di vivere per trentasei anni in un accampamento rom?
«In simili questioni è importante, sono convinta, recuperare uno sguardo molto ampio, che possa ripercorrere la storia e rileggerei modelli, abbandonando del tutto le narrazioni stile “scalatore solitario”, che sinceramente trovo deprimenti. Parliamo dunque, come prima cosa, di un’impresa collettiva, di un gioco di squadra con un soggetto plurale, costituito in maniera varia, come avviene nelle diocesi: donne e uomini con una stessa passione, differenti spiritualità e diverse collocazioni ecclesiali, in quanto laici, religiosi e preti. Si tratta dunque di una scelta ecclesiale, nata nel clima del Concilio e sostenuta da una convinzione fermissima: ogni parola e ogni gesto di annuncio chiede di incarnarsi, dunque di essere vissuta nel rispetto, nell’ascolto, nella condivisione. La chiesa sarebbe – anzi, è – più povera e mancante senza l’apporto di donne e uomini sinti e rom. Questo avviene nel presente, non è solo una cosa del passato».

Che cosa le hanno insegnato le comunità rom?
«Difficile per me distinguere fra la vita come si può svolgere fra i venti e i cinquantasei anni, con le convinzioni, gli affetti, gli studi, le professioni e il contesto in cui l’ho passata. In un primo senso dovrei dire “tutto”, cioè tutto quello che sono. Più specificamente, tuttavia, (e torno al soggetto plurale) non abbiamo mai percorso la via di “diteci i loro valori”, perché è generalizzante e non adeguata. La cosa più importante che abbiamo imparato sono relazioni rispettose, la possibilità di vedersi nello specchio degli occhi dell’altro. Misura evangelica, statura civile, profezia di pace nelle differenze».

Non ha mai avuto paura o si è sentita in pericolo?
«In alcuni contesti le emozioni sono forti e fortemente espresse. Certo, ricordo momenti di paura: ad esempio una riunione inferocita in un’assemblea di quartiere, con alcuni che minacciavano:
“Vi veniamo a bruciare tutti!”. I linguaggi d’odio non sono nati ora e avremmo dovuto “curarli di più”. Avevamo una ragazza adolescente: non ha più voluto partecipare a riunioni, dopo quella volta».

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È importante per un campo rom essere stanziale e perché? Che cosa vorrebbe suggerire a coloro che prendono decisioni in merito agli accampamenti odierni?
«Stanzialità o non stanzialità come alternativa assoluta è un’opzione mal posta. La presa di posizione contro agglomerati ghettizzanti, specie nelle non tante metropoli italiane, è sacrosanta e condivisa da molti rom. Ma non ogni zona di sosta è di questo tipo; molte, specie nelle diverse province, sono insiemi di persone legate anche da vincoli di parentela, che formano in questo modo una sorta di “corte di cascina”, delle quali andiamo poi a rimpiangere il senso comunitario della vita. L’idea che “se sono nomadi, si spostino!”, è comunque pretestuosa, perché nella parola “nomadi” usata dalla società maggioritaria si nasconde semplicemente il dispregiativo “zingari”. Come fare, allora? Dichiarare le vere intenzioni e ascoltare le loro associazioni, quali Kethane-Rom e sinti per l’Italia (www.kethane.it). E, mi sia permesso, senza offesa maschile, in esse trovo davvero stupende le donne: Eva Rizzin, Suzana Jovanovic, Djana Pavlovic».

c.w.

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