Riflettiamo con le Clarisse di Bra sul senso della preghiera in questa quaresima contagiata dal virus

Riflettiamo con le Clarisse di Bra sul senso della preghiera in questa quaresima contagiata dal virusLa quaresima è “tempo forte” – così la Chiesa lo chiama – tempo in cui siamo invitati, in modo particolare, a rimettere al centro Dio. Questo si può fare pregando di più, digiunando, spegnendo lo smartphone, rinunciando al superfluo. “Si può”, non “si deve”: si tratta di mezzi, di strumenti che possono essere utili a ravvivare il rapporto personale con il Signore. Se non lo ravvivano, se diventano pratiche fini a se stesse forse è meglio lasciar perdere. Che non vuol dire “yuppie, sballiamoci”: penso che capiamo bene la differenza tra una cosa che ci fa bene ma che vorremmo evitare perché è scomoda e una cosa che davvero non ci fa del bene.

Dunque per questa quaresima? È evidente che quest’anno ci troviamo in una situazione del tutto particolare, con l’esplosione dei contagi da coronavirus, le misure di contenimento, la paura. E le polemiche: serve togliere le messe o serve pregare di più? Forse il primo frutto che si può cogliere da questa situazione anomala è quello di porsi domande. Ci lamentiamo spesso che siamo sempre di corsa, che c’è troppo da fare, forse proprio gli impegni che saltano in questi giorni possono offrirci un po’ di tempo extra per pregare e per riflettere. (Approfittiamone!) Ci danno fastidio i limiti che vengono forzatamente imposti ai nostri movimenti, al nostro legittimo svago, anche ai nostri impegni di lavoro e ai nostri doveri sociali? Perché? Per le cose che dobbiamo rimandare, o a cui addirittura dobbiamo rinunciare o perché non riusciamo più a crederci onnipotenti? Fino a un mese fa potevamo viaggiare liberamente, organizzare il tempo libero come volevamo, con estrema facilità, senza pericoli, quasi come fosse un diritto, avevamo dimenticato che c’è stato un tempo in cui le comunicazioni non erano facili, la vita era pericolosa, la morte spesso troppo vicina. Istintivamente molte persone, in questi casi di pericolo, si rivolgono al buon Dio.

Perché? Serve a qualcosa pregare?

Dipende da cosa si cerca. Se si cerca la magia, il miracolo automatico (io prego, Dio mi guarisce) allora probabilmente non funzionerà. Ma come? Allora perché Gesù dice di pregare sempre, chiedete e vi sarà dato? No, lasciami spiegare: la preghiera è una forza potente e i miracoli esistono. Ma non è questione solo umana, è anche un mistero e Dio non opera in modo meccanico, salvando i buoni e lasciando morire i cattivi (fa sorgere il suo sole sui buoni e sui cattivi) né guarendo chi prega e dimenticandosi di chi non prega. Noi in questi casi preghiamo perché attraverso la preghiera acquistiamo sempre più consapevolezza dei nostri limiti, del nostro destino, che necessariamente passa attraverso la morte, ma è per la vita eterna, per l’abbraccio del Padre. Pregare ci risintonizza su Dio e sulla comune umanità; ci allarga il cuore, facendoci sentire solidali con i malati e le loro famiglie, con quanti patiscono disagi a causa di questa epidemia; pregare è sostegno reciproco e presto o tardi ci porta a chiederci cosa possiamo fare noi in questa situazione, qual è la piccola goccia che noi concretamente possiamo portare al mare dell’umanità.

Proviamo a pregare presentando al Signore la situazione del nostro Paese e del mondo intero. Io, monaca clarissa, ho sperimentato la differenza tra pregare e non pregare, tra l’avere qualcuno che prega per me e il non averlo e, per la mia esperienza, una differenza c’è.

Sorelle Clarisse, Bra

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