Paolo Vineis, improbabile lo spegnimento del virus

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L’INTERVISTA Paolo Vineis ha 69 anni ed è nato ad Alba. È professore al Centre for environment and health school of public health dell’Imperial college di Londra, ed è il responsabile dell’area di supporto alla pianificazione strategica dell’Unità di crisi piemontese. Ha curato e contribuito a centinaia di pubblicazioni internazionali su riviste come Nature, Science, Lancet e Lancet oncology. Oggi, tra le altre attività, effettua ricerche sui biomarcatori di rischio di malattia e ha indagato l’effetto del cambiamento climatico sulle malattie non trasmissibili in Bangladesh. È coordinatore di due grandi progetti finanziati dalla Commissione europea: Exposomics (sugli effetti molecolari dell’inquinamento atmosferico) e Lifepath (su disuguaglianze socioeconomiche e invecchiamento).

Anthony Fauci, immunologo e consigliere del presidente degli Stati Uniti in merito alla pandemia, ha detto che il virus si ripresenterà in autunno o inverno. È d’accordo, professor Vineis?

«Il virus è ancora presente nella popolazione e continuerà a circolare probabilmente per un lungo periodo. Dagli esami sierologici effettuati in diverse popolazioni del Nord risulta che tra il 3 e il 10 per cento delle persone si sono finora infettate. Significa che il 90-97 per cento è ancora suscettibile al virus. Una proporzione dei soggetti infettati variabile tra il 20 e il 50 per cento è costituita da asintomatici, dunque il coronavirus continua a circolare e ci si può attendere nuovi focolai».

Nel concreto, che cosa pensa accadrà nei prossimi mesi?

Paolo Vineis, improbabile lo spegnimento del virus«I ricercatori sono concordi nel dire che nel migliore dei casi si verificherà una fase di basso numero di contagi per molti mesi, eventualmente intervallata da nuovi picchi. Un completo spegnimento dell’epidemia è giudicato attualmente improbabile. Un importante articolo di un gruppo di ricerca di Harvard, pubblicato sulla rivista Science (a cui si riferiva in merito all’Italia Anthony Fauci), ha previsto ondate epidemiche in inverno. Il limite di questi modelli è che si basano su assunzioni non verificate, per esempio il fatto che l’andamento stagionale sia simile a quello di altri beta-coronavirus (OC43 e HJU1)».

Che cosa sta facendo il Piemonte per prepararsi? Che cosa dovrà fare per proteggersi dal coronavirus e da altre pandemie?

«L’entità dei picchi dipenderà largamente dalla capacità di rispettare le misure individuali di protezione e dalle misure di monitoraggio, tracciamento e isolamento. In Piemonte, la Regione, con il supporto del gruppo di lavoro coordinato da Ferruccio Fazio, ha istituito un solido sistema di monitoraggio quotidiano dei casi e di identificazione dei loro contatti stretti. In pratica, i medici della medicina generale e le Asl, dopo avere identificato i malati, contatteranno i loro conviventi e le altre persone che sono state a stretto contatto con loro ed effettueranno i tamponi, al fine di isolare questi individui e in tal modo spegnere i focolai. È anche fondamentale che tutti i cittadini continuino e rispettare il distanziamento sociale e a usare le protezioni individuali e le norme di igiene (come lavarsi frequentemente le mani) suggerite. Soltanto così potremo scongiurare o attenuare eventuali nuove ricomparse dell’epidemia».

Roberto Aria

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