Alberto Cirio: «Ho combattuto la mia battaglia più difficile»

Il maxi piano da 800 milioni di euro per far ripartire il Piemonte

L’INTERVISTA L’emergenza improvvisa, la scoperta di essere stato preso di mira dal virus pandemico, la quarantena che gli ha imposto di stare lontano dalla famiglia; poi, la crisi economica che ha colpito gran parte dei settori produttivi e il terziario, dopo il Covid-19. Il governatore Alberto Cirio si racconta a cuore aperto a Gazzetta d’Alba e indica la strada per far rinascere il Piemonte, alla stregua di quanto fece la Langa, che seppe affrancarsi dalla malora e rinascere di nuovo, anche dopo la grande alluvione del 1994.

Presidente Cirio, arriviamo da mesi molto complicati, quali sono stati i momenti più difficili per lei?

«Dal punto di vista personale, come padre, i momenti più duri sono stati quelli in cui, dopo aver contratto il Covid-19, vivevo, a ogni colpo di tosse dei miei figli, il timore di averli contagiati. Da presidente della Regione, invece, i momenti difficili durante questi mesi di pandemia sono stati tanti. Se devo citarne uno, mi torna in mente il giorno in cui, all’inizio dell’emergenza sanitaria, ai primi di marzo, mi sono assunto, insieme al prefetto e al sindaco di Torino, la responsabilità di bloccare Juventus-Milan, una partita da 40mila persone che, secondo il Governo, avremmo potuto far giocare. Immagini quali sarebbero state le conseguenze di uno stadio pieno in quel momento!».

La recente classifica del Sole 24 ore la vede in settima posizione, con un gradimento stabile rispetto a un anno fa. Contento?

«Penso sia un risultato importante, perché il gradimento al 49 per cento è un valore molto alto e rispecchia il risultato elettorale del 2019. Chi ha avuto fiducia in noi continua ad averla. Credo che, in un anno così complicato, aver mantenuto un gradimento in linea con la scelta fatta alle urne sia particolarmente positivo. Significa che, nonostante le grandi difficoltà che ci siamo trovati tutti ad affrontare, i piemontesi hanno capito l’impegno e lo sforzo enorme che è stato messo in campo dalla Regione. Abbiamo costruito la rete di medicina del territorio, facendo in tre mesi quello che si era smesso di fare negli ultimi trent’anni. Con il Riparti Piemonte, poi, cerchiamo di sostenere in modo concreto le famiglie e le aziende locali. Il lavoro da fare è peraltro ancora tanto. Il risultato del sondaggio è uno stimolo ulteriore per affrontare con energia e fiducia il futuro».

Il resto della classifica è pesantemente condizionato dall’emergenza Covid-19, con Zaia al primo posto e Fontana in caduta libera. Pensa che abbiano inciso le scelte dei governatori sugli effetti del virus?

«Credo che a incidere in negativo sia stata la mancanza di un sistema sanitario territoriale in grado di affrontare un’emergenza di questa portata. La verità è che nessuno era pronto per quello che abbiamo vissuto, per il semplice fatto che non era mai accaduto. Lo dico da presidente di una Regione come il Piemonte che ha fatto scuola sulla Protezione civile a partire dall’esperienza sconvolgente della grande alluvione del 1994. È altrettanto vero che per anni sulla sanità si è tagliato moltissimo e questo ha prodotto lo svuotamento del servizio di medicina territoriale, che avrebbe dovuto rappresentare la prima barriera per intercettare e fermare il virus. Regioni come il Veneto, dove si è invece continuato a investire, hanno risposto meglio».

In Piemonte bisognava fare tamponi con soli due laboratori di analisi. È così?

«Quando è iniziata l’emergenza Covid-19 facevo il presidente da sette mesi e ho dovuto combattere con l’esercito che avevo a disposizione la battaglia più dura dal dopoguerra. Il Piemonte ha ospedali eccellenti, ma l’assenza della medicina di territorio si è rivelata la criticità più grande. L’ultimo rapporto dell’Ires ha evidenziato che, nel tempo, il taglio all’assistenza domiciliare è stato esponenziale. Così come quello nei servizi di prevenzione, che avrebbero dovuto rappresentare il punto di riferimento per i cittadini: avevano pochissimi operatori anche in città come Torino. I servizi di igiene territoriale contavano 450 addetti, che sono diventati oggi oltre 750. E anche i numeri dei sanitari non erano sufficienti ad affrontare un’emergenza di questa portata: in poche settimane abbiamo assunto oltre 1.700 medici, infermieri e altre professionalità».

Che cosa le ha insegnato tutto questo?

«Siamo al lavoro per recuperare gli errori del passato: i medici di famiglia e la rete di infrastrutture per la prevenzione come i laboratori. Oggi ne abbiamo 24 in grado di eseguire circa 10mila tamponi al giorno. Li abbiamo allestiti con uno sforzo enorme nel giro di due mesi e nel pieno dell’emergenza, ma erano solo due quando la pandemia è iniziata».

Il Piemonte sarebbe pronto a fronteggiare una seconda ondata di contagi, presidente Cirio?

«A fine febbraio siamo stati presi alle spalle da un nemico di cui non sapevamo nulla. Oggi siamo più preparati ad affrontarlo. Abbiamo potenziato la rete dei laboratori per i tamponi, le terapie intensive e subintensive, ma soprattutto abbiamo messo in piedi un sistema di monitoraggio capillare della situazione epidemiologica e di intervento immediato per intercettare eventuali focolai e isolarli all’origine. Il sistema del tracciamento che abbiamo costruito ci rende in grado d’individuare e isolare immediatamente i casi sospetti e di avere l’esito del tampone entro quattro giorni, in media, dall’inizio dei sintomi. Inoltre, abbiamo sottoscritto con gli oltre 3.500 medici di famiglia piemontesi un contratto che offre loro il potere d’intervenire direttamente per isolare i casi sospetti e richiedere il tampone, senza dover attendere ulteriori passaggi. Questo significa immediatezza nell’isolamento dei potenziali positivi e tempi rapidi. Abbiamo anche potenziato le scorte dei dispositivi di protezione e messo a sistema tutte le competenze dell’Unità di crisi, facendole confluire all’interno di un nuovo dipartimento per la prevenzione, che sarà permanente».

Che cosa resta da fare per essere pronti a un’eventuale seconda ondata?

«Continuare a essere prudenti e a rispettare le regole del distanziamento, come le altre misure di sicurezza. La prima barriera contro il coronavirus dobbiamo essere, per quanto possibile, noi stessi».

L’abbiamo più volte sentita dire che si opporrà a chi proponga dei tagli alla sanità pubblica. Lo conferma?

«Lo confermo perché è l’insegnamento più grande che ci lascia questa emergenza. Sulla sanità non si taglia e nemmeno sul nostro personale sanitario. Lo abbiamo dimostrato anche nei giorni scorsi, opponendoci alla possibilità che Roma impugnasse il nostro bonus per i medici, gli infermieri e gli operatori impegnati nella pandemia. Sarebbe stato surreale impedirci di erogare con le nostre risorse un riconoscimento, per quanto simbolico, a chi è stato per mesi in trincea a salvare tante vite».

Oggi che i contagi in Piemonte sono vicini allo zero, sono ancora necessari mascherine e distanziamento?

«Fin dall’inizio ho adottato una linea di prudenza e credo sia fondamentale fare in modo che questa parola possa convivere con la ripartenza. Inevitabilmente, c’è un prima e un dopo coronavirus: quella che stiamo vivendo è una “nuova normalità”, che ha cambiato le nostre abitudini. Ci sono misure che verranno eliminate quando l’elevato rischio sarà superato. Ma altre prescrizioni, come quella di igienizzare spesso le mani e fare attenzione al contatto nei luoghi affollati, credo siano abitudini da consolidare al di là del Covid-19. Se ci pensiamo, i nostri nonni e i nostri genitori ce lo ripetevano spesso da piccoli».

Gli analisti prevedono un crollo del Pil nazionale di oltre il 10 per cento. Qual è la via piemontese per riemergere da questa crisi, Cirio?

«Come Regione Piemonte abbiamo scelto d’intervenire attraverso un doppio livello d’azione. Gli 800 milioni di euro del Riparti Piemonte sono stati concepiti con una finalità di pronto intervento e supporto alla liquidità delle imprese e delle famiglie nel periodo emergenziale. Accanto a queste misure abbiamo previsto altri 400 milioni per il potenziamento della competitività, che è irrinunciabile per il futuro dell’industria e dell’economia. Fin dal primo giorno ho detto che avremmo puntato sui fondi europei e questo sarà fondamentale, adesso più che mai. Per questo, subito dopo l’estate partiremo con un tour su tutto il territorio in vista della programmazione Ue 2021-2027. Parliamo di tre miliardi di euro solo per il Piemonte che, se ben pianificati e utilizzati, potranno aiutarci a investire su ciò di cui più abbiamo bisogno».

È possibile esportare a tutto il Piemonte la voglia di rinascita che da sempre emerge nello nostra Langa?

«Credo proprio di sì. Di contagioso, per fortuna, non esistono solo i virus…».

La chiusura della stamperia Miroglio di Govone ci dice che anche il nostro territorio non è immune alla crisi industriale. Che cosa farà per questi 150 lavoratori?

«La Regione sarà al loro fianco nel percorso di ricollocazione professionale, affinché a tutti venga garantito al più presto un posto di lavoro. Lo stesso faremo sugli ammortizzatori sociali, perché in un momento già così complesso è importante garantire una continuità economica a ogni famiglia».
Pensa che un commissario possa contribuire a velocizzare i tempi di realizzazione dell’autostrada A33?
«Decida il Governo chi nominare, ma lo faccia, e in fretta. Il modello è quello del ponte Morandi di Genova, ricostruito in un anno quando in condizioni normali ne sarebbero serviti almeno cinque. Noi l’Asti-Cuneo l’aspettiamo da 30 anni!».

Quand’è che incontrerà il premier Giuseppe Conte?

«Abbiamo chiesto d’incontrarlo prima della pausa estiva e ci auguriamo che la nostra richiesta venga accolta, perché di tempo se n’è perso già a sufficienza».

Si sono rincorse nelle scorse settimane voci di un suo passaggio a Fratelli d’Italia. Che cosa c’è di vero?

«Oggi la mia preoccupazione è governare al meglio il Piemonte per farlo uscire da questa difficile congiuntura economica. E questa è la mia unica priorità».

Questo sarà l’anno in cui i piemontesi riscoprono la propria regione?

«Abbiamo la fortuna di vivere in una regione meravigliosa, che offre nell’arco di pochi chilometri paesaggi e scenari completamente diversi. Il mio consiglio è di approfittare di questa estate “singolare”, come dice il claim della nostra campagna di promozione, per scoprire di più il nostro territorio. Con il vantaggio che si potrà essere nostri ospiti, perché grazie al voucher vacanza promosso dalla Regione per ogni notte acquistata altre due sono offerte. Non resta che scegliere la meta della vacanza, preparandoci a guardare il Piemonte con gli occhi di un turista. Ora la parola d’ordine è far ripartire l’economia. E il turismo è solo una delle leve d’eccellenza, accanto all’industria e all’agroalimentare».

Più volte il vescovo di Alba ha invitato a non modificare la legge regionale sul gioco d’azzardo. Perché lei ritiene si debba intervenire?

«Nessuno mette in discussione la necessità di combattere le ludopatie. Negli anni in cui sono stato assessore regionale all’istruzione ho promosso nelle scuole l’educazione alla consapevolezza. Sono convinto che informare ed educare sia più utile che proibire. L’attuale legge ha una serie di incongruenze e ricadute negative, evidenziate anche in una indagine di Eurispes, su cui credo sia necessario intervenire. Ma è evidente che la revisione dovrà essere ben articolata e approfondita con un confronto tra le parti. La proposta che abbiamo già depositato in quarta Commissione ricalca il modello pugliese. Da quello partiremo per il confronto. Il gioco è un tema circondato spesso da ipocrisia istituzionale, che meriterebbe invece una regolamentazione nazionale uniforme. Non ha senso vietare qualcosa che qualche chilometro più in là è permesso. In gioco non c’è solo un gettito fiscale che da sempre fa comodo allo Stato. Ci sono posti di lavoro che vanno tutelati, come vanno protette le fragilità a rischio  di sviluppare una dipendenza. Serve più legalità e maggior consapevolezza. Perché un gioco, anche se d’azzardo, deve restare sempre un gioco».

Il Governo ha però bloccato alcuni articoli del Riparti Piemonte, governatore Cirio. Si tratta di una bocciatura definitiva?

«Il Riparti Piemonte non si ferma; degli 87 articoli che lo compongono, sono soltanto 5 quelli su cui il Governo di Giuseppe Conte ha richiesto alla Regione Piemonte dei chiarimenti. Dev’essere quindi chiaro che il bonus Piemonte, il bonus turismo, il voucher vacanze e tutte le altre misure a favore delle imprese e delle famiglie non hanno subito alcun rilievo da parte dell’Esecutivo, a dimostrazione della validità dell’impianto complessivo. Spiace che si vogliano bloccare risorse necessarie per la ripartenza del turismo, norme per la tutela dei piccoli commercianti di fronte all’espansione della grande distribuzione e altri provvedimenti per la lotta alla burocrazia, specialmente in campo urbanistico, che sono per noi principi irrinunciabili».

Qual è il suo giudizio sul Recovery fund?

«Quando risorse economiche tornano sul territorio è sempre un fatto positivo. L’Italia e il Piemonte sono un contribuente netto. Significa che diamo all’Europa più risorse di quelle che riceviamo. Il fatto che possano arrivare importanti fondi per sostenere la nostra economia in un momento difficile è fondamentale. Ma sono risorse che andranno ancora affinate, perché abbiamo bisogno che siano a fondo perduto, cioè siano soldi che le aziende non devono restituire. Allo stesso modo, sarebbe stato necessario che il Governo bloccasse le scadenze fiscali. Oggi gli italiani non pagano, perché non possono farlo. Sarebbe bene che lo avessero chiaro i nostri governanti, perché non si tratta di una questione di volontà ma d’impossibilità. Ed è il motivo per cui le risorse del Recovery fund dovranno andare – oltre che alle aziende – anche alle famiglie che non riescono in questa contingenza a far fronte all’affitto o a fare la ricarica del cellulare. Stiamo vivendo un periodo durissimo. Ed è utile che chi governa lo abbia ben chiaro. A Roma come a Bruxelles».

Finalmente ha aperto l’ospedale unico di Verduno: ora l’obiettivo non può che essere il completamento dell’Asti-Cuneo. Dobbiamo nutrire speranze, a suo avviso?

«Completare l’ospedale di Verduno era uno degli impegni principali che avevo assunto non appena eletto presidente. Lo abbiamo fatto in meno di un anno e nonostante l’emergenza sanitaria che abbiamo dovuto affrontare. Il nostro impegno adesso sarà quello di riempire il nosocomio di medici, sanitari e dotazioni di vera eccellenza. Lo dobbiamo alla nostra gente, così come dobbiamo all’Albese-Braidese il completamento di una autostrada che aspettiamo da trent’anni. Ora che il piano di finanziamento e il cronoprogramma dei lavori sono stati definiti, dal Governo pretendiamo la nomina di un commissario straordinario per l’Asti-Cuneo, una persona che garantisca i cantieri in tempi rapidi e certi. Abbiamo già sollecitato un incontro con il premier Giuseppe Conte. Mi recherò personalmente a Roma nelle prossime settimane con una delegazione di sindaci dell’area, perché vogliamo garanzie anche per i 100 milioni di opere di completamento infrastrutturale promesse a suo tempo».

Marcello Pasquero

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