Abitare il piemontese: la parola della settimana è Faità

Scopriamo l'origine del termine piemontese "Masca", tra storia e leggenda

FAITÀ Corazzato, abituato, assuefatto al lavoro; avvezzo, ormai resistente alla fatica.

Quando ricevo richieste di approfondimento di una stessa parola piemontese nel giro di pochi giorni, oltre che farmi piacere, significa che questa è pronta per la rubrica. O piuttosto avrei dovuto pensarci prima! In questo periodo mi piace raccontare qualcosa attorno al mondo del lavoro e di come questo abbia nobilitato corpi, menti e relazioni della civiltà piemontese.
La parola è faità, un aggettivo antico e che la dice lunga; sarà che i processi evolutivi hanno portato all’abbandono delle campagne e la fatica fisica si è un po’ attutita, sarà che non si lavora più come un tempo, ma anche chi parla correntemente piemontese sostiene che faità sia una parola rara, seppur non scomparsa! Na paȓòla che divo sèmpe ij me vej, o ȓ’è piemontèis ëd na vòta (una parola che dicevano sempre i miei nonni, è piemontese di una volta).

Il significato più recente di faità è quello di assuefatto, corazzato, ormai resistente alla fatica, magari anche avvezzo. Le man faità sono mani callose a furia di lavorare. Faità arriva dal verbo faité (o afaité), che ha un’origine ricondotta a un’attività diffusa un tempo da queste parti: la concia delle pelli. Prima ancora di esprimere il concetto di abituare, assuefare, fare il callo, faità è l’azione di conciare le pelli. La faitarìa è la conceria, così come il faitor è chi se ne occupa, il conciatore. L’etimologia risale al latino volgare affactare, con il significato di assestare, sistemare, verbo poi attribuito alla pratica della concia.

In una commedia di Oscar Barile c’è una battuta che recito sempre con piacere (nonostante si tratti di una lite tra padre e figlio a inizio Novecento), perché un attore può farsi veicolo di un messaggio e di un periodo storico. Ecco la battuta che tira in ballo la parola di oggi, con accezione di abitudine alla fatica del lavoro in campagna. «Bele sì is viv paid ëȓ bestie, ma lo lì o ȓ’è ‘ncoȓa gnente: e ȓ’evo faità e sensa nan podai solamant dicide ȓ a fomra ch’ët deuvi maiȓé» (qui si vive come gli animali, ma quello è ancora niente: eravamo assuefatti dal lavoro, senza neppure poter decidere la donna da sposare).

Paolo Tibaldi

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