La lezione di due vedove e per di più povere

PENSIERO PER DOMENICA – XXXII TEMPO ORDINARIO – 7 NOVEMBRE

Due episodi di “cronaca bianca”, che hanno come protagoniste altrettante vedove segnano la 32a domenica (1Re 17,10-16; Mc 12,38-44). Le vedove occupavano uno degli ultimi posti nella scala sociale nell’Antico Oriente: perso il marito, non avevano più personalità giuridica né tutela né lavoro autonomo e spesso, se non avevano una famiglia di origine benestante, si riducevano a mendicare. L’attenzione a esse è una scelta di campo: a lezione dai poveri!

La lezione di due vedove e per di più povere
L’obolo della vedova, particolare da un mosaico nella chiesa di Sant’Apollinare nuovo a Ravenna

L’uomo grande è capace di accoglienza e di dono. Elia sconfinato in Fenicia (oggi Libano), nella città di Sarepta, per sfuggire alla persecuzione di Gezabele, chiede prima acqua, poi cibo e ospitalità a una vedova con figlio a carico, e allo stremo per la carestia. La donna lo accoglie e poi impasta e cuoce l’ultimo pugno di farina rimastale. Si toglie il pane di bocca per sfamare l’ospite, un perfetto sconosciuto, fidandosi ciecamente della sua parola. Per questo sarà menzionata da Gesù come esempio di accoglienza. Nel Vangelo vediamo Gesù, «seduto di fronte al tesoro», che anziché ammirare e lodare i ricchi che ostentavano la consistenza delle loro offerte per trarne prestigio sociale, nota e loda il gesto di una vedova che, quasi di nascosto, depone nella cassetta due leptà, la più piccola moneta di rame in circolazione, «tutto quello che aveva per vivere»: forse tutto quello che aveva ricevuto quel giorno, in elemosina, tendendo la mano ai passanti!

L’uomo grande è spesso… donna! Gesù sapeva bene che spesso le donne erano il nerbo della società e della famiglia per la loro dedizione e fede. Le protagoniste delle letture si fidano di Dio, ripongono in lui il bisogno di sicurezza, da lui traggono la forza per donare. La fede ha tanti gradi e modalità di espressione, ma sempre implica la rinuncia a qualcosa per amore: parte del proprio tempo, del proprio lavoro, della propria cultura.

Il dono più grande non è donare cose, ma sé stessi. È stato questo il dono di Cristo. Come ci ricorda l’autore della lettera agli Ebrei, a differenza dei sacerdoti del tempio che macellavano e offrivano in sacrificio gli animali offerti da altri, Cristo «nella pienezza dei tempi è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di sé stesso» (9,26). Cristo non ha donato solo qualcosa di essenziale per la vita, ma ha donato la vita stessa. Noi sperimentiamo l’eccellenza di questo dono nei rapporti interpersonali: nelle coppie, nelle famiglie, in tutte le realtà sociali dove il legame d’amore è prioritario. Il dono più grande che possiamo fare è il dono di noi stessi: questo ci rende uguali a Cristo.

Lidia e Battista Galvagno

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