ABITARE IL PIEMONTESE – Anche se in piemontese non mancano le declinazioni del maschile gȓand, come gȓandagnon, gȓandagnàss, gȓandios, è sul femminile gȓanda che vale la pena soffermarsi, per la ricchezza di significati e sfumature che racchiude. Come aggettivo, gȓanda indica ciò che è grande, esteso, importante, ma anche adulto o anziano. Tuttavia è nell’uso sostantivato che la parola rivela tutta la sua forza espressiva: la gȓanda è la nonna. Il termine si collega chiaramente al francese grand-mère, confermando la comune matrice linguistica.
Un termine che porta con sé autorevolezza e familiarità, spesso presente nelle forme affettive màȓe gȓanda oppure maman gȓanda. Da qui derivano espressioni come gȓanda bela o gȓanda bon-a, per indicare la bisnonna e tersa gȓanda, la trisavola. In alcuni contesti, la nonna è detta anche maȓin-a (madrina), a sottolineare il suo ruolo centrale nella famiglia, talvolta anche in ambito battesimale. Non mancano usi più ampi: mëssa gȓanda, per esempio, designa la funzione religiosa più solenne della domenica, successiva alla mëssa pȓima celebrata all’alba.
Dal punto di vista etimologico, gȓanda deriva dal latino grande, forma già attestata in età classica e diffusa nel latino volgare accanto a magnum. In piemontese, gȓand e gȓanda hanno assunto valore di sostantivo attraverso la caduta dei termini a cui erano originariamente legati, come in màȓe gȓanda e pàȓe gȓand. La Gȓanda è anche il nome con cui viene indicata la provincia di Cuneo. Un soprannome che non lascia spazio a dubbi: si tratta, infatti, di una delle province più estese d’Italia, seconda per numero di Comuni e terza per superficie. Basti pensare che, per esempio, da Santo Stefano Belbo a Vinadio si percorrono circa 130 chilometri restando sempre nello stesso territorio provinciale.
Gȓanda è dunque una parola che unisce dimensione e affetto, geografia e famiglia: un termine semplice solo in apparenza, ma in grado di raggiungere la profondità di cui è capace il piemontese.
