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Da Verduno alle Paralimpiadi / Il sogno a cinque cerchi del dottor Luca Ferraris

Lo aveva covato da atleta di scherma e realizzato a Milano-Cortina con il camice bianco

Da Verduno alle Paralimpiadi / Il sogno a cinque cerchi del dottor Luca Ferraris
Luca Ferraris (il secondo da sinistra) insieme agli atleti cinesi del parahockey

di Matteo Grasso

LA STORIA – Un sogno olimpico inseguito per anni in pedana da atleta, ma realizzato con addosso il camice bianco. Luca Ferraris – attualmente dirigente medico in medicina fisica e riabilitativa all’ospedale di Verduno – ha partecipato come fisiatra alle Paralimpiadi 2026 di Milano-Cortina in un ideale passaggio di consegne con il dottor Giancarlo Rando. Fu proprio l’ex primario di fisiatria, oggi in pensione, a vivere una simile e straordinaria esperienza vent’anni prima, in occasione dei Giochi olimpici e paralimpici di Torino 2006.

Dottor Ferraris, ci racconta il suo passato da atleta?

«Praticavo la scherma e le Olimpiadi sono state il mio sogno per tanto tempo. Nel corso della mia carriera sportiva, sono approdato in Nazionale under 20, dove ho vinto un oro europeo e uno mondiale. In seguito, ho vinto il concorso per il gruppo sportivo dell’esercito e mi sono trasferito a Roma, dove sono rimasto fino ai 27-28 anni. In quel periodo ho collezionato podi ai campionati italiani e alle universiadi, ho fatto esperienza con la Nazionale maggiore. Nel frattempo, però, ho intrapreso prima la triennale in scienze motorie e poi la laurea in medicina».

Com’è proseguito il suo percorso professionale?

«Una volta laureato, ho scelto la specializzazione in fisiatria a Tor Vergata, scuola che ha una convenzione con l’Asl Cn2. Poi, tramite un concorso, sono arrivato a Verduno. Lì ho trovato nel dottor Rando, allora primario, un vero punto di riferimento. Tra noi c’è una stima immensa che prosegue tuttora e condividiamo la stessa visione dello sport».

Poi sono arrivate le Paralimpiadi di Milano-Cortina…

«È stata un’esperienza incredibile. Per partecipare è necessario aderire a un bando con una selezione su una piattaforma dedicata. Personalmente, ho prestato servizio all’interno del villaggio olimpico. Noi specialisti eravamo organizzati con turni settimanali all’interno di un policlinico costruito apposta. In uno spazio compatto c’erano stanze per ogni necessità. Avevamo a disposizione tecnologie avanzatissime: potevi visitare un atleta e mandarlo a fare risonanza, ecografia o radiografia in pochi minuti nello stesso edificio».

C’è un aneddoto che le è particolarmente caro?

«Abbiamo lavorato molto con il para-hockey. Mi è rimasto impresso un atleta cinese venuto per una tendinopatia: lo abbiamo trattato e affidato ai fisioterapisti. Dopo siamo andati a vedere la sua finale per il terzo e quarto posto; a fine gara è tornato da noi per ringraziarci con al collo la medaglia di bronzo. Tenerla in mano, vinta solo dieci minuti prima, sapendo di aver dato un piccolo contributo, è stata un’emozione fortissima».

Il suo passato da atleta le è stato di aiuto?

«Moltissimo. Conosco i ragionamenti automatici di chi gareggia e so come parlare con gli allenatori. Bisogna proiettarsi sull’obiettivo della gara: massimizzare la prestazione riducendo i rischi. A volte il compito del medico è di frenare l’atleta iperattivo per il suo bene. Inoltre, il mondo paralimpico mi è sempre stato familiare: a Roma mi allenavo spesso con schermidori in carrozzina. Addirittura un mio ex compagno di allenamento è passato al para-
hockey, diventando titolare della Nazionale italiana.
È stato bello ritrovare quell’am-
biente sotto un’altra veste».

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