ABITARE IL PIEMONTESE – Si dice che La Legge è uguale per tutti. Non vale lo stesso per il piemontese. Lo sappiamo, basta attraversare poche colline o case, per accorgerci che una stessa cosa può avere nomi e sfumature differenti, suoni che cambiano di famiglia in famiglia. È la ricchezza delle lingue regionali, tutte: una vera biodiversità linguistica. Un esempio lampante è dato da come si possa chiamare la spazzatura in piemontese. Per qualcuno la parola più familiare è rumenta con le sue varianti (rimanta, rimenta, rimainta) ma, a distanza di pochi chilometri, ecco comparire smurcc, asmurcc, armus-cc, fino a amnìs e mnìs. Tante parole per indicare ciò che non serve più, ciò che si butta.
Rumenta ha origini antiche: deriva dal latino ramentam, cioè raschiature, cascami, schegge, piccoli frammenti tolti via grattando o consumando qualcosa. Alla radice c’è il verbo radere, raschiare. Non a caso il vecchio dizionario di Sant’Albino definiva la rumenta anche come arnesi di poco valore, ciò che ormai non ha più utilità. Diversa e molto evocativa è la famiglia di smurcc o asmurcc. Qui il significato richiama quei mucchietti di foglie secche, paglia, polvere ed erbacce che il vento accumula sotto i portici o negli angoli dei cortili dopo una giornata di vento primaverile. Il verbo smurcé significa infatti rovistare, rimescolare, frugare dentro qualcosa: arriva dal latino re-misculare, mescolare di nuovo. È una parola che sa di cortili spazzati con la saggina e mani che raccolgono ciò che il vento ha lasciato.
Infine ci sono amnìs e mnìs, dal latino minutium: cosa piccola, frammento, ciò che si toglie via spazzando. Da qui derivano anche amniseȓa, la pattumiera, e pòtamnis, il bidone dell’immondizia. Un tempo il rifiuto era poca cosa: briciole, polvere, foglie secche, piccoli avanzi inutilizzabili perfino per il fuoco. Il cibo non si sprecava, gli scarti organici finivano agli animali o nell’orto, carta e legno diventavano combustibile. La nostra idea moderna di spazzatura praticamente non esisteva. Oggi, invece, produciamo montagne di rifiuti ogni anno, ma continuiamo a chiamarli con parole nate per indicare appena un pugno di polvere.
Paolo Tibaldi
